Pubblicato da: Stefano Re | 17 dicembre 2015

La statua dorata

Dagli errori si impara divertendosi. Provate (S.R.)

LA STATUA DORATA

La maestra dettava e il bambino riempiva lentamente il foglio bianco, stando attento a restare tra le righe, allungando gambe e testoline delle singole lettere.

La storia che la maestra stava dettando, parlava di castelli e re, di regine e principi e di qualche maldestro scudiero al servizio di cavalieri più anziani. E di una statua dorata.

Una statua tutta d’oro che raffigurava il re e che era stata posta a fianco del suo trono.

Ma il bambino, forse per eccesso di dedizione, (aveva infatti imparato da poco l’uso dell’apostrofo) trasformò la statua d’oro in una statua d’orata.

Figurarsi come la prese il re mentre la maestra dettava; cominciò ad urlare, tanto che le lettere del suo nome iniziarono a traballare, tanto che il bambino si bloccò immediatamente. Come spaventato.

“Mi ha dato del pesce!” disse il re ai suoi cavalieri. “Arrestate questo bambino irrispettoso!”

Il bambino alzò velocemente la mano e scoppiò in lacrime.

La maestra corse in suo aiuto e quando vide in subbuglio le lettere sul quaderno, prese la gomma e cancellò la statua. Lasciò l’orata e invitò il bambino a buttarla nel mare: “Prima che qualcuno se la mangi!”

Poi benevolmente aggiunse: “Dorata non ha l’apostrofo, altrimenti il re fa la figura del pesce lesso”.

Il bambino sorrise e con lui i compagni.

 

di Stefano Re

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Pubblicato da: Stefano Re | 16 novembre 2015

Due parole con Geraldine D’alessandris

Il sole nel bauletto di Stefano Re, edizioni C’era una volta, è stato pubblicato con le illustrazioni di Geraldine D’alessandris. Le ho voluto fare alcune domande. (S.R.)

Geraldine, ci spieghi in breve il tuo percorso artistico?

Fin da piccola (anzi, soprattutto da piccola!) ho sempre passato tutto il tempo a disegnare. Mia mamma quando mi doveva portare in giro a fare commissioni si muniva sempre di carta e matita così sapeva che sarei stata tranquilla per tutto il tempo che voleva; finché avevo da disegnare non mi sarei mai annoiata. Quindi ho sempre avuto le idee chiare sugli studi da intraprendere: liceo artistico e poi Accademia di Brera. Nel frattempo ho cominciato a lavorare come decoratrice (andavano di moda i trompe-l’oeil, che ancora faccio occasionalmente) e finita l’Accademia ho iniziato a lavorare come illustratrice in un’agenzia di eventi e produzioni televisive. Così ho fatto un corso di grafica al computer e mi si è aperto un mondo. Ho scoperto che il computer non è un rivale, come avevo sempre pensato, ma un mezzo molto utile, anzi indispensabile per il lavoro che avevo in mente. Ho perfezionato quindi il disegno a mano libera direttamente in digitale, tramite la tavoletta grafica; così facendo, il disegno conserva la freschezza del tratto a mano, ma è eseguito su un supporto digitale, con tutti i vantaggi che questo comporta: cancellare perfettamente, colorare senza sbavature, disegnare su più livelli (sfondo, personaggi, ecc), duplicare in un attimo livelli o personaggi e spedire i disegni con un semplice click già in formato immagine.

E’ stata la tua esperienza professionale più importante?

No no. Ho anche lavorato per 10 anni presso un’altra agenzia pubblicitaria sia come grafica che come illustratrice e da due anni faccio la freelance, che mi è più comodo anche perché ho una bambina e posso fare la mamma.

Quando disegni su cosa ti concentri principalmente?

Per prima cosa visualizzo nella mente la scena che voglio ricreare: lo sfondo, il punto di vista prospettico, i personaggi, ecc., poi se ci sono degli elementi che mi sfuggono cerco degli esempi su google immagini o sui siti di banche immagini da cui trarre ispirazione, e appena convinta mi metto a disegnare quello che ho in mente.

In una illustrazione per bambini, su cosa punti per fare emergere lo sguardo dei più piccoli?

Mi hanno sempre detto che ho una mano naturalmente portata per il disegno che piace ai bambini. Non è mai stata una cosa voluta, semplicemente ho un tratto morbido e tondeggiante e quindi più adatto al mondo dell’infanzia. Infatti quando lavoravo in agenzia pubblicitaria, dove mi capitava di fare anche illustrazioni per un pubblico adulto, meno stilizzate e più realistiche, talvolta mi si rimproverava il fatto di fare dei disegni un po’ troppo “da bambini”, e allora lì sì che mi trovavo in difficoltà e dovevo concentrarmi per ottenere un effetto più “adulto”!

Pubblicato da: Stefano Re | 9 novembre 2015

Finalmente in stampa

A domani con IL SOLE NEL BAULETTO (S.R.)

Locandina Il sole nel bauletto

Pubblicato da: Stefano Re | 17 settembre 2015

Non dire che siamo sul punto…

Non dire che siamo sul punto

di attraversare il tempo

e non morire se puoi.

Oggi è tempo d’averti ancora viva

qui, come ai tempi

quando una preghiera non bastava

per chiedere perdono.

Si resta nel tormento

e il mio segreto

non comprende che quattro chiacchiere in un bar,

ma è già abbastanza.

Se non giungiamo al punto

di attraversare il tempo

saremo sempre un grido senza senso,

la solita cadenza

di un orologio a pendolo.

Pubblicato da: Stefano Re | 10 settembre 2015

Dizionario di retorica

Ripropongo una vecchia intervista al professor Sanzio Balducci. (S.R.)

Pubblicato da: Stefano Re | 20 luglio 2015

Non c’è più tempo

Non c’è più tempo – forse non c’è spazio –

per l’eleganza del dettato o la regia,

siamo ripieghi sognanti comparse,

burattini di panna o Mangiafuoco.

Non c’è più tempo – forse neanche spazio –

per ricompense o diversione, siamo

incognite del tempo, cicatrici

a suggello dell’arguzia d’Euriclea,

cicatrici forse di uno strappo.

Pubblicato da: Stefano Re | 11 giugno 2015

AGLIECO sul mio libro

Ecco ciò che Sebastiano Aglieco ha scritto sul mio libro “Per una Siloe privata” ed. Lietocolle (S.R.)

Esordisce subito con una dichiarazione di poetica, o forse condivisibile in generale, su come sia fatto l’organismo della scrittura; su cosa bisognerebbe pretendere dalla poesia:“Non è la morte che mi spaventa/(…)Ma quello che nei versi non si dice,/che la parola non traduce,/quello che negli alibi notturni scuote,/il silenzio assenso che si rovescia/lento/nella mia precarietà”, p. 12.
Senso della scrittura, dunque, ma non in rapporto a sé, quanto, piuttosto, al tramite dell’esistenza. Il poeta, infatti, “scrive perché crede nella sacralità della parola e nella comunicazione come àncora di salvezza per l’umanità”, (nella nota).

Nel fare poesia si colloca l’esperienza del divino, la capacità di coglierne i segni – o la mancanza – anche nel minimo accadere o nelle complicate costruzioni che lo rivelano: “Mi riempi di tutto, mi sento/vuoto,/nemmeno il mare mi dona l’infinito (…)/forse i denti rivelano l’eterno/tra la polvere e la sabbia”, p. 14. Riconoscere i debiti davanti al Padre, ma solo se si comprende “il miracolo/d’essere figli”, p. 15. La poesia allora capisce che essa stessa può essere investita della gratuità del gesto, come gratuito è lo splendore delle Belledinotte: “perché darsi è un gesto silenzioso”, p. 16.

La poesia, insomma, dice, apprende e comprende. Ma anche, forse, ha la pretesa di insegnarci qualcosa che ancora non sappiamo, non comprendiamo. Questo perché la scrittura riflette l’immagine archetipica di un Bene, di un comandamento più grande di noi: dare un figlio, avere un padre. Non praticare l’amore come atto privato, ma pensare all’amore come “sacrificio per se stessi/e per l’amore, p. 17.
Oggi, forse, la poesia non comunica per una reale spezzatura; perché “non abbiamo l’infinito nelle corde,/non abbiamo il passo dell’attesa,/abbiamo il cuore in due unità,/ e il nostro intento”, p. 19.

Il cristianesimo di Stefano Re si apre a domande e dubbi, a verifiche sul campo, ad “atti d’assenso e d’intenti, p. 23. Osserva malinconicamente il passare del tempo, l’ignoranza dell’incedere di “uomini/in giacca e cravatta/e donne in gonna a festa/affaccendati per un incontro/come se tutto fosse fretta,/ignari che il tempo necessita/di tempo per trovarne il senso”, p. 24.
Invoca: “Cercami, fingi almeno di cercarmi,/e se è appassito il mio contorno/non turbarmi/con gli asserti del giudizio”, p. 25.
Questa dolorosa richiesta di senso al padre “Vorrei che mi abbracciassi/vorrei che il cielo fosse qui”, p.25, spesso si traduce nell’immagine del relitto: “Somiglio sempre più all’abbandono,/all’immagine relitto di mare”, p. 31. E, drammaticamente, a quella più crudele: annullarsi nella finzione del mondo.
Allora il rischio della parola che non dice più, dichiarato all’inizio, può diventare il proclama di una verità esposta tra le misere piaghe dell’umano: “Non ho voce per le parole,/ non ho che dislessia/non ho che te/se mi sorprende,/sussurrando appena,/la tua presenza”, p. 32.

La somiglianza riconosciuta col padre non è proclamata allo specchio come atto liberatorio di una spiritualità che assolva, ma come ricerca da mettere in atto del realizzare il proprio compimento nel miracolo d’essere figli.
Il battesimo non ci assolve dal peccato ma ci investe del compito del portare su noi stessi la condizione di tutti: per somiglianza appunto; accompagnare gli amici alle ultime porte chiedendo perdono per la nostra disaffezione e per il dono di un ultimo intimo bacio.

Sebastiano Aglieco

Pubblicato da: Stefano Re | 15 maggio 2015

Dom Petrone, la pittura informale

Foto scattata da Adriano Mauri

Foto scattata da Adriano Mauri

Ho lo stesso quadro astrologico di Picasso.” Esordisce così Domenico Petrone, in arte Dom, che mi ospita presso il suo studio di Abbiategrasso. Prima di dedicare la sua attività all’arte, il percorso di Dom è tortuoso. “Al termine delle scuole medie, le professoressa di disegno spinge perché mi iscriva all’Accademia di Brera, ma mia madre, ottima pittrice ma soprattutto notevole scultrice, convinta da un personaggio che la allarma per la droga e la promiscuità dell’ambiente, mi indirizza all’altra mia passione e così mi diplomo come perito meccanico. Da lì il passo per l’università è breve e mi laureo in giurisprudenza.”

I quadri alle pareti mi spingono a domandargli della sua arte e lui mi risponde che il salto definitivo è legato al fondamentale incontro con il conte Giampiero Bormida, grande intenditore d’arte. “In quel periodo lavoravo presso una Agenzia pubblicitaria come copywriter, e quando il discepolo è pronto, il maestro arriva”. Così comincia a frequentare il Conte, che era il dentista dei grandi artisti di Milano, e dopo una serie di interventi ai denti, per sdebitarsi, Dom regala un suo quadro al Bormida.

Subito mi dice che sono nato per l’arte e mi invita a mollare tutto e a fare una scelta. Mi fido, mi dedico totalmente alla pittura e il conte diventa il mio mecenate.”

Da lì il passo verso l’arte e il successo è breve. Dom ad esporre a New York, al Louvre di Parigi, a Barcellona e all’Arte-Fiera di Genova.

Guardo i quadri alle pareti e mi domando che tipo di pittura sia quella alle pareti, così particolare e affascinante.

È arte informale, nasce negli anni cinquanta. Il termine è coniato da Marcel Tapiè e sta per arte che dipende da se stessa. Deriva sia dall’astrattismo, dal surrealismo e dall’ espressionismo. Non rappresenta il visibile ma crea un nuovo visibile, crea una nuova realtà

Vedo appoggiato alla parete un libro del pittore Emilio Vedova e gli riferisco una sua frase che mi ha sempre colpito: “Il mio rapporto con l’opera è un rapporto di grandissimo malessere” e Dom sorride.

Pensa che Vedova è stato il mio maestro. Lo conobbi quando avevo circa sedici anni. In quel periodo prendevo il treno e giravo senza una meta, così come capitava. Arrivai a Venezia e mi colpirono i quadri esposti all’interno di una galleria, così diversi da quelli che dipingeva mia madre. A un certo punto si avvicinò all’ingresso un tipo che mi invita ad entrare e quel tipo era proprio Vedova.”

Da quell’incontro nasce l’arte informale di Dom, privilegiando un’arte nella quale predominano emozione, gesto e colore. “Il colore è la nota musicale, una potentissima forma di energia utilizzata per provocare un’emozione. Il colore deve creare un campo di forze. Adoro tutti i colori, ma che attrazione il blu oltremare.” E poi aggiunge: “L’artista deve comprendere cosa voglia dire comunicare e poi deve stupire, deve creare uno shock emozionale. Deve creare rotture, squarci di realtà”.

Lo interrompo mentre il fumo del sigaro accompagna la nostra conversazione, con quell’odore forte come il gesto su quelle tele. Gli domando se oggi abbia senso fare arte. Dom si ferma un momento e poi sorride:

L’arte è una necessità. Diceva Bob Dylan che l’opera d’arte è come una pisciata su un treno che corre veloce nella notte,  perché l’opera d’arte è tutta una vita. L’opera esige tempo, studio, esperienze, benessere e malessere, anche se poi l’esecuzione può anche risultare rapida. Quindi l’arte come può non avere senso?

E allora mi sembra doveroso chiedergli cosa manchi oggi all’arte italiana? “Due cose” risponde Dom, “I grandi galleristi e la coesione tra gli artisti. Manca il fare arte insieme.”

Dom, dal 2 maggio al 31 luglio espone a Trezzo sull’Adda, alla mostra Expo-Enel,  a curatela di Giorgio Grasso e supervisionata da Vittorio Sgarbi.

di Stefano Re

Pubblicato da: Stefano Re | 1 maggio 2015

Ora pro eo

Un mio nuovo racconto sul Caffé Letterario. (S.R.)

clicca qui per leggere Ora pro eo

Pubblicato da: Stefano Re | 21 aprile 2015

Buon compleanno

Che vuoi che sia questo correre in avanti degli anni

questo schermire le rughe

come fosse un ostracismo

tirando pelle come maschere a carnevale,

che vuoi che sia un anno in più sull’agenda

se non lo scambio di opinioni tra la vita e la morte?

Viviamolo tutto questo buon compleanno,

che poi chi è abituato all’attesa sa benissimo

i tempi necessari perché lo si raggiunga.

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