Pubblicato da: Stefano Re | 3 ottobre 2018

E’ per colpa di una mano

Da un’idea (più di un’idea!) di mio figlio Lorenzo, torno ad una vecchia passione: l’horror. (S.R)

Finalmente un po’ d’acqua!

Dicevano così i vecchi del posto, per lo più agricoltori, che di anno in anno avevano visto scomparire le stagioni, come se Dio si divertisse a cambiare il corso della natura.

Erano passati già tre mesi senza che piovesse, un po’ troppo per l’arsura della terra.

Ora quelle nuvole nere come antracite avevano riversato acqua sulle strade e sulle campagne, ma data la violenza delle precipitazioni, molte rogge erano esondate creando diversi grattacapi.

– Come facciamo? Ci bagneremo tutti – disse Paolo all’amico che stava armeggiando con un ombrello mezzo rotto.

– Usciamo lo stesso – recitò Andrea senza pensarci. – Non possiamo fare altrimenti.

– Ma abbiamo soltanto quello stupido ombrello!

– Meglio di niente.

Andrea e Paolo si erano conosciuti in prima media, in una calda mattina di settembre e si erano seduti uno a fianco all’altro, mentre le professoresse enunciavano le solite raccomandazioni di inizio anno.

Da lì era stato un crescendo di rapporto, di intese e sguardi di sottecchi, di avventure sempre più al limite della legalità.

Si erano iscritti ad un liceo scientifico di Milano e nei minuti di intervallo avevano conosciuto Ajar, un ragazzo italiano con simpatie per l‘oriente.

– Ma qual è il tuo vero nome? – gli avevano chiesto un giorno.

– Matteo, ma preferisco Ajar.

Ajar frequentava con i genitori un tempio buddhista; gli avevano insegnato quanto fosse necessaria la purificazione dell’anima, ma finiti quegli incontri spirituali preferiva passare le ore in un parco a nord della città, dove aveva conosciuto spacciatori che l’avevano avviato ad un buon giro di vendite.

Ajar li aspettava all’ingresso del parco. Erano in ritardo, una cosa che faceva imbestialire il ragazzo.

– Eccovi finalmente. E’ l’ultima volta che vi aspetto così a lungo.

– Pioveva troppo – disse Paolo.

– La pazienza non è la via dell’ascesi? – chiese Andrea col sorriso sulle labbra.

Ajar gli lanciò un’occhiataccia e si avviò.

Dopo dieci minuti di cammino tra le piante del parco, con la pioggia che picchiava sulla pelle pungendo come fittissimi aghi, e l’acqua delle pozzanghere che schizzava sui pantaloni, i tre arrivarono ad un ponte di legno che scavalcava un fosso che con un balzo nemmeno troppo impegnativo si sarebbe potuto tranquillamente saltare.

– Aspettatemi qui.

Ajar si allontanò di qualche metro e tra gli arbusti di un cespuglio tirò fuori un sacchetto con alcune pasticche azzurrine. Ne prese una e la passò ad Andrea:

– Portatela dove vi ho detto. Alle diciotto vi voglio qui con i soldi.

– Quant’è la nostra percentuale? – domandò Paolo.

– Troppe domande. Venite stasera e lo vedrete.

Paolo fece una smorfia fin troppo eloquente, poi diede di gomito ad Andrea e si incamminò.

Fu l’ultima volta che videro Ajar.

Con la pasticca in tasca, Andrea sembrava più nervoso del solito.

– Sei troppo agitato, Andrea! – lo rimproverò l’amico. – Così ci beccano.

– Non sono agitato – disse prima di tirare un bel respiro. – è che vorrei provarla.

– Ma sei scemo?

– Sono stanco di portare avanti e indietro le pasticche per quell’imbecille di indiano.

– Sai benissimo che è l’unico modo per fare qualche soldino. E basta prenderla una volta per dare seguito alle altre.

Fecero alcuni passi senza dire una parola, poi Andrea si arrestò.

– Io la provo!

Prese la pasticca in mano e la infilò in bocca.

Cadde immediatamente all’indietro tenendosi il collo, mentre Paolo cercava di capire cosa stesse succedendo.

Andrea aveva gli occhi rivoltati e dalla bocca sembrava uscisse un unghia simile a quelle di una strega.

– Che succede?  – urlò Paolo.

Andrea non riusciva a parlare e dimenava le gambe come se fosse preso da una crisi epilettica.

– Cos’hai in bocca? – gridò.

Si sentì uno schiocco secco, come di ramo spezzato e dalla bocca di Andrea uscirono piccoli pezzetti di osso mandibolare.

La bocca di Andrea si accartocciò su se stessa come quella dei vecchi appena tolgono la dentiera.

Gli occhi gli si affossarono nelle cavità oculari mentre il naso si staccò di netto come se qualcuno l’avesse tagliato con una lama invisibile.

Dal quel che rimase della bocca, uscì una mano con dita affusolate e nodose; le unghie lunghe bisticciavano tra loro tenendo un ritmo secco come il suono di nacchere per una danza funebre; al posto del polso c’era una faccina di bambino appena nato, e al centro della faccia una bocca disgustosa che emetteva suoni e parole gutturali:

– Questo succede a chi si droga se ti prende la mano! – disse prima di emettere un ghigno infernale.

Paolo non riuscì a muoversi. Era terrorizzato.

La mano, che era grande come una scarpa,  accelerò come un ragno e tentò di avvolgere con le dita le caviglie di Paolo. Il ragazzo si ritrasse appena in tempo, ma un unghia riuscì a tagliarlo proprio a ridosso del tendine d’Achille.

Paolo urlò mentre un rimbombo spaventoso fece tremare la terra.

– Il terremoto! – gridò qualcuno.

In effetti la terrà si aprì e la mano vi si gettò nelle viscere. Prima di scomparire del tutto urlò:

– Ricordati: la droga distrugge tutto quello che incontra, ma chi uccide realmente è la mano che vende!

Quindi la terra si richiuse; restò solamente il battito stentoreo della pioggia.

di Stefano Re

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Responses

  1. Agghiacciante. Bella passione l’horror, ma io sono di parte.
    Un caro saluto. Univers


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