Pubblicato da: Stefano Re | 15 maggio 2015

Dom Petrone, la pittura informale

Foto scattata da Adriano Mauri

Foto scattata da Adriano Mauri

Ho lo stesso quadro astrologico di Picasso.” Esordisce così Domenico Petrone, in arte Dom, che mi ospita presso il suo studio di Abbiategrasso. Prima di dedicare la sua attività all’arte, il percorso di Dom è tortuoso. “Al termine delle scuole medie, le professoressa di disegno spinge perché mi iscriva all’Accademia di Brera, ma mia madre, ottima pittrice ma soprattutto notevole scultrice, convinta da un personaggio che la allarma per la droga e la promiscuità dell’ambiente, mi indirizza all’altra mia passione e così mi diplomo come perito meccanico. Da lì il passo per l’università è breve e mi laureo in giurisprudenza.”

I quadri alle pareti mi spingono a domandargli della sua arte e lui mi risponde che il salto definitivo è legato al fondamentale incontro con il conte Giampiero Bormida, grande intenditore d’arte. “In quel periodo lavoravo presso una Agenzia pubblicitaria come copywriter, e quando il discepolo è pronto, il maestro arriva”. Così comincia a frequentare il Conte, che era il dentista dei grandi artisti di Milano, e dopo una serie di interventi ai denti, per sdebitarsi, Dom regala un suo quadro al Bormida.

Subito mi dice che sono nato per l’arte e mi invita a mollare tutto e a fare una scelta. Mi fido, mi dedico totalmente alla pittura e il conte diventa il mio mecenate.”

Da lì il passo verso l’arte e il successo è breve. Dom ad esporre a New York, al Louvre di Parigi, a Barcellona e all’Arte-Fiera di Genova.

Guardo i quadri alle pareti e mi domando che tipo di pittura sia quella alle pareti, così particolare e affascinante.

È arte informale, nasce negli anni cinquanta. Il termine è coniato da Marcel Tapiè e sta per arte che dipende da se stessa. Deriva sia dall’astrattismo, dal surrealismo e dall’ espressionismo. Non rappresenta il visibile ma crea un nuovo visibile, crea una nuova realtà

Vedo appoggiato alla parete un libro del pittore Emilio Vedova e gli riferisco una sua frase che mi ha sempre colpito: “Il mio rapporto con l’opera è un rapporto di grandissimo malessere” e Dom sorride.

Pensa che Vedova è stato il mio maestro. Lo conobbi quando avevo circa sedici anni. In quel periodo prendevo il treno e giravo senza una meta, così come capitava. Arrivai a Venezia e mi colpirono i quadri esposti all’interno di una galleria, così diversi da quelli che dipingeva mia madre. A un certo punto si avvicinò all’ingresso un tipo che mi invita ad entrare e quel tipo era proprio Vedova.”

Da quell’incontro nasce l’arte informale di Dom, privilegiando un’arte nella quale predominano emozione, gesto e colore. “Il colore è la nota musicale, una potentissima forma di energia utilizzata per provocare un’emozione. Il colore deve creare un campo di forze. Adoro tutti i colori, ma che attrazione il blu oltremare.” E poi aggiunge: “L’artista deve comprendere cosa voglia dire comunicare e poi deve stupire, deve creare uno shock emozionale. Deve creare rotture, squarci di realtà”.

Lo interrompo mentre il fumo del sigaro accompagna la nostra conversazione, con quell’odore forte come il gesto su quelle tele. Gli domando se oggi abbia senso fare arte. Dom si ferma un momento e poi sorride:

L’arte è una necessità. Diceva Bob Dylan che l’opera d’arte è come una pisciata su un treno che corre veloce nella notte,  perché l’opera d’arte è tutta una vita. L’opera esige tempo, studio, esperienze, benessere e malessere, anche se poi l’esecuzione può anche risultare rapida. Quindi l’arte come può non avere senso?

E allora mi sembra doveroso chiedergli cosa manchi oggi all’arte italiana? “Due cose” risponde Dom, “I grandi galleristi e la coesione tra gli artisti. Manca il fare arte insieme.”

Dom, dal 2 maggio al 31 luglio espone a Trezzo sull’Adda, alla mostra Expo-Enel,  a curatela di Giorgio Grasso e supervisionata da Vittorio Sgarbi.

di Stefano Re


Responses

  1. Un’intervista informale come l’arte di Dom


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