Pubblicato da: Stefano Re | 9 luglio 2014

Maria Luisa Spaziani. Un ricordo

Ospito volentieri un contributo su Maria Luisa Spaziani della dottoressa Alice Serrao che si è laureata con una tesi sulla poetessa e che ha avuto modo di incontrarla per i suoi studi. Chi volesse può lasciare un commento o un breve ricordo. (S.R.)

UN RICORDO di Alice Serrao
La prima volta che ci siamo incontrate è stato a Parma, in occasione del Festival della Poesia, era giugno 2012. Indossava una camicetta verde-mela, leggera, e una gonna dalla trama geometrica. Ha preso posto lentamente sul palco, nel cortile d’onore di Palazzo Cusani e ha accavallato quelle gambe che, un tempo, hanno affascinato Montale. Quando le scriveva versi con il senhal di volpe che l’ha fatta conoscere come sua musa e perfino sugli scaffali alti della sua casa romana ci sono peluches che la ricordano in questa maniera.
Maria Luisa Spaziani. Mentre firma la dedica sul Meridiano che raccoglie una vita di poesie, scherza: “Sarei vissuta molto di più se avessi avuto un nome più breve!”. Bene, è vissuta 91 anni. Adesso si possono incidere nome e date in un epitaffio: 7 dicembre 1922-30 giugno 2014.
Di certo la sua è stata una vita straordinaria: giovanissima direttrice di una rivista che ha portato per la prima volta in Italia Virginia Woolf, si è seduta al tavolo con Montanelli, ha sorpreso Picasso dipingere nudo, ha pranzato con Quasimodo, sposato Elémire Zolla, stretto la mano alla Merini. Ha dato prova di essere abile francesista nelle sue traduzioni e insegnante carismatica nelle gremite aule universitarie. Autrice di prosa, di teatro e di elzeviri.
Ma soprattutto, poeta. A lei piaceva che si usasse il maschile. La sua poesia tocca i vertici più alti della lirica. Un canto di strepitosa dolcezza musicale, sempre più spesso modulato in quartine, semplice nella potenza comunicativa, ma alto nel lessico e nel tono; abissale e celeste nell’ispirazione. La sua personalità la affranca del tutto da Montale e restituisce alla poesia femminile un afflato universale.
La Spaziani credeva alla bellezza e alla gioia della vita qui e adesso; credeva che ogni seme esplode perché il fiore trovi una sua verticale e che l’universo sia attraversato da un ultrasuono che il poeta deve saper cogliere e restituire in parole. Credeva in una metamorfosi inevitabile perché tutto ciò che è vivo cambia e si trasforma e muore e diventa qualcos’altro e torna. Come la fioritura in primavera, come il mito di Proserpina, come il ciclo della luna o una pasqua cristiana. Credeva all’energia che permea tutto quanto esiste e lo innerva, senza esaurirsi mai, in una spirale, reincarnandosi sempre.
Sulla fine, allora, l’augurio è che abbia trovato quella verticale e che sia tornata nel “nudo emblema / della nostra spirale: seme, vento, acqua, radice, foglia, verbo e luce” di cui parla questo verso che mi ha fatta innamorare della sua poesia, la prima volta. La Spaziani diceva, inoltre, che la poesia non è solo un genere letterario, ma è anche un mistero che non deve per forza essere risolto. I suoi versi sanno restituire il mistero di cui parla, qui, di certo, si salva il suo messaggio, il suo entusiasmo per la vita e non si dissolve la magia.

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Responses

  1. grazie per questo pensiero Stefano
    per questo ricordo

  2. competenza e profonda umanità, il contributo di Alice le rende merito e onore

  3. Ammetto che Spazioni era un nome che non mi evocava nulla fino a qualche giorno fa. Poi un blog interno poesia (http://internopoesia.wordpress.com/author/internopoesia/) ha ricordato la sua morte. Ma dalla lettura di Alice Serrao ho potuto completare le conoscenze, molto meglio di Wiki.
    Grazie, Stefano, per aver ospitato questa voce.

  4. Grazie per averlo letto, per i commenti positivi che ho ricevuto e a Stefano per la disponibilità.

    • Ciao Ali. Rispondi pure direttamente a chi vuoi. (S.R.)


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