Pubblicato da: Stefano Re | 2 aprile 2014

Grazie, siamo gli sposi

Un mio racconto. (S.R.)

…Ad ogni modo
non ci coglieranno impreparati.
Don Camillo, Giovannino Guareschi

Quando entrò in chiesa, lo aggredì una strana sensazione. Alcuni fissavano la volta della chiesa, come se lassù ci fosse qualcosa di importante, come se lassù ci fosse qualcuno più importante dello sposo. Altri stavano in ginocchio con le mani sulla fronte. Pensierosi. Guardò la madre che aveva gli occhi rivolti verso l’alto. Non capì. Pensò ad uno scherzo. Si mise a ridere.
“Perché ridi?” gli chiese la madre. Rimase interdetto.
Mah! pensò tra sé.
La sposa giunse con soli tre minuti di ritardo. Salì all’altare mentre lui la guardava estasiato.
La ragazza sorrise.
La gente cominciò ad applaudire, ma tutti con le spalle all’altare, come se stessero applaudendo qualcuno di invisibile all’ingresso. Gli sposi scoppiarono a ridere.
“Hai visto?” disse lui. “Hanno voglia di scherzare”.
“Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo…” il parroco diede inizio alla cerimonia. Dal fondo della chiesa qualcuno fischiò. I testimoni cominciarono a ridere, mentre una ragazza nella navata di sinistra inscenò uno spogliarello. Applausi e fischi si levarono tra gli invitati.
“Ma che fanno?” chiese la ragazza. “Boh!”, rispose lo sposo.
Il parroco continuò come se nulla fosse.
“Allora!” gridò lo sposo. “Ma che scherzo è mai questo?”
“Volete piantarla?” gli fece eco la ragazza. La gente continuò ad urlare e a fischiare con lo spogliarello ormai prossima al reggiseno. Il reggiseno era di pizzo.
“Basta!” gridò esasperato lo sposo. “Basta! Basta e basta!”
Il prete continuò la celebrazione.
“Che volete farci?” disse per richiamare l’attenzione degli sposi. “In fondo vi sposate comunque.”
I ragazzi non ci capivano più nulla. Sentivano crescere la rabbia. Era come se il mondo si fosse dimenticato di loro, come se fossero stati cancellati dall’attenzione della gente. Stavano percorrendo senza saperlo le strade dell’incubo… rovesciati come calzini tra i panni sporchi di una vecchia lavanderia.

“Andate in pace”, recitò il parroco al termine della funzione.
La sposa piangeva mentre lo sposo si mordicchiava le labbra per trattenere le lacrime.
“Firmate qui”, disse il parroco allungando loro i verbali. Erano dei grandi quaderni un po’ sdruciti. Gli sposi firmarono e poi abbracciati si fecero strada tra le panche ormai vuote. Usciti dalla chiesa trovarono quasi deserto. Solo un bambino lanciò qualche pugno di riso; era riso saltato.
Perché? Era la grande domanda che ossessivamente varcava i confini di ogni possibile risposta. Perché proprio a loro? come se la disperazione non fosse legata all’assurdità del momento, quanto piuttosto al fatto che il momento vedesse protagonisti proprio loro.
Gli sposi si fecero accompagnare dove avevano deciso di scattare qualche foto. La sposa sistemò alla bell’e meglio il trucco. Sorrise a malapena, giusto il tempo per scoprire una dentatura comunque perfetta. Ininfluente. Lo sposo rimase rabbuiato. Quindi giunsero al ristorante.
Lo scherzo non era finito, o meglio, se si trattava di uno scherzo, quello scherzo non era finito. Gli invitati fecero finta di non vederli; era come se quello non fosse un matrimonio, ma un semplice party a spese di un benefattore.
“Sembriamo dei perfetti imbecilli”, commentò lo sposo.
“Ma a che gioco stanno giocando?” recitò la ragazza.
“Non stiamo assolutamente giocando”, fu la risposta di un cameriere che le andava incontro.
Gli invitati cantavano a squarciagola ormai mezzi ubriachi. Ogni tanto qualcuno passava dal tavolo degli sposi e li guardava sorridendo. Gli sposi annuivano senza convinzione, e presto si ritrovarono come intrusi al loro matrimonio. Nessuno sembrava riconoscerli. Nessuno attribuiva loro il giusto ruolo. Erano come alfieri senza diagonale. Spodestati di quello spazio che da tempo avevano programmato. Il loro sogno, il grande sogno era assurdamente infranto.
“Perché questa tristezza?” disse un invitato.
“Guardate quanto vino! Ma non vi vergognate lì da soli, con quelle facce rabbuiate e un po’ troppo seriose? Via, via, un po’ di vino!” E ne versò nei loro bicchieri.
Gli sposi si guardarono. La barba dell’uomo era rossa.
“Perché questo scherzo?” avanzò titubante lo sposo.
L’uomo aggrottò la fronte.
“Mangiare e bere vi sembra forse uno scherzo?” e scoppiò in una fragorosa risata.
D’un tratto si fece avanti un altro signore, abbastanza distinto, con una cravatta nera a pois; fissò per un attimo la sposa e poi le fece l’occhiolino.
“Signorina, siamo forse a carnevale? Ma che razza di abito si è messa?”
La sposa lo aggredì verbalmente.
“Questa è matta”, commentò l’uomo prima di allontanarsi.
Gli altri ballavano; una signora cercò di prendere lo sposo sotto braccio e di portarlo in mezzo alla sala per un ballo. Gli disse che lo trovava carino, e gli chiese se fosse sposato.
“Oggi, mi sono sposato oggi!”, rispose lo sposo.
La signora sollevò l’orlo della gonna fino a metà coscia. Aveva dei peli scuri e abbastanza lunghi sulla coscia sinistra.
“Sono queste le gambe di chi è sposato!” disse, e gli altri l’applaudirono.
Era come se qualcuno avesse mescolato le carte e non ci fossero le briscole. Era una partita dove nessuno riconosceva le regole del gioco.
“Ma che succede?” chiese la sposa.
“Più nessuno ci riconosce…” disse lentamente lo sposo.

Se ne andarono tutti. Rimasero gli sposi con gli occhi offuscati dalle lacrime.
“E’ successo qualcosa?” chiese il proprietario del ristorante. Aveva un neo proprio sulla fronte. “Dovremmo chiudere”.
“Nulla, diciamo che non è successo nulla” rispose il ragazzo.
“Mangiato bene?”
“Molto”, disse lo sposo, e ringraziò.
Il ragazzo prese per il braccio la moglie e si avviò verso l’uscita. Poi si voltò:
“Siamo gli sposi!”, recitò per avere almeno l’ultimo consenso.
L’altro alzò le spalle.

di Stefano Re


Responses

  1. E’ un racconto che mi piace per questo gioco dell’assurdo che inizia dalla prima parola e che ti aspetti che finisca da un momento all’altro, ma che invece tiene duro nella sua assurdità fino all’ultimo, fino al saluto del padrone del locale alla fine del pranzo di nozze. Non c’è scampo all’inverosimile. E’ un racconto ossessivo, tipico dell’incomunicabilità. Mi viene in mente il teatro di Jonesco; del resto potrebbe benissimo essere trasformato per il palcoscenico.
    Io tendo a vederlo come prodotto delle ideologie nichiliste europee; la pars destruens che attanaglia la nostra cultura, in tutti i settori.
    E’ venuto il momento della ricostruzione?
    Sanzio Balducci

    • Ciao zio! Sempre prezioso. In fondo mi hai forgiato con le tue correzioni e con i tuoi efficaci: non va bene! Grazie ancora. (S.R.)

  2. Racconto scritto al meglio, puntuale, d’altri tempi. Un caro saluto. Univers


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