Pubblicato da: Stefano Re | 31 ottobre 2013

Se la morte ha un senso

Dall’esperienza quotidiana nasce la domanda sulla morte, una domanda che attraversa la nostra esistenza e che non può ridursi ad una riflessione legata alla festa di tutti i santi; una domanda sul senso. Ma è possibile porre una tale domanda quando ancora siamo in vita? Già Epicuro ne mostrava l’impossibilità logica quando diceva a Meceneo: “Quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo noi”. Per Gadamer il pensiero della morte “trasforma di già la morte in qualcosa che essa non è”. Ma come trascurare il fatto che la cultura dell’uomo nasca proprio dall’incontro con la morte? Come spiegava Vico, matrimoni e sepolture stanno all’inizio della civiltà, e come dice ancora Gadamer: “ Ciò che veramente distingue l’uomo da tutti gli esseri viventi che la natura ha prodotto è che egli seppellisce i suoi morti e alla tomba dedica i suoi sentimenti, i suoi pensieri, le forme e le immagini della sua arte”. Ecco allora che l’uomo non può esimersi dal porsi la domanda sul senso della morte, proprio perché sa di dover morire. L’uomo muore, l’animale perisce, perché non può distendersi nel pensiero del tempo, e come diceva Heidegger: “L’animale non ha la morte come morte né davanti a sé né dietro di sé”.
Sartre coglie una duplice modalità della coscienza di morte: da un lato una presenza intima, dall’altro un potere estraneo che supera la nostra libertà: la morte ci appartiene, ma non dipende dalle nostre scelte. Proprio per questa estraneità l’uomo tenta di rimuovere, o ignorare, la coscienza di morte. L’uomo d’oggi censura l’esperienza mortale incrementandone l’angoscia; cerca di allontanare la paura della morte ma così facendo non trova senso a quell’esperienza. È l’angoscia per l’indeterminato. Ecco allora quella che Heidegger chiama strategia della diversione: “Il mondo pubblico dell’essere assieme quotidiano “conosce” la morte come “caso di morte”. Questo o quel conoscente, vicino o lontano, muore. Degli sconosciuti muoiono ogni giorno e ogni ora”. Tradotto con un’espressione comune è il tipico “si muore”, che spersonalizza la morte a tal punto da renderla anonima. Una volta o l’altra si morirà, ma per ora si è ancora vivi. Il “si muore” diffonde la convinzione che la morte riguardi gli altri, e infatti quel “si” è paradossalmente “nessuno”. Ma se la morte tocca un nostro caro, tutto cambia. Non tiene più l’elusività del “si muore”: la morte dell’altro diventa in questo caso quella di una mia parte.
Scrisse Pirandello quando morì sua madre: “Ma io piango per altro, mamma! Piango perché tu non puoi più dare a me una realtà. È caduto a me, alla mia realtà, un sostegno, un conforto”. La morte dell’altro risulta quindi essere un’anticipazione della nostra. Landsberg faceva notare come nei canti popolari, ma del resto anche nella bibbia, sia presente il lamento funebre. Sono canti di disperazione, canti che condannano l’abbandono di chi ci lascia. È il luogo della precognizione della morte. L’esperienza della morte è rottura della nostra comunione con l’altro. Una comunione che vive grazie ad uno statuto di comunicazione, di constatazione comune. Siamo testimoni della vita dell’altro, di ciò che soltanto con lui poteva essere. La morte dell’altro ci abbandona ad un’assenza che limita il nostro stesso esserci. Ma forse l’angoscia più grande deriva dalla paura della morte come anticamera del nulla: l’essere per la morte, il nascere per morire, il finire nel nulla. Da ente a niente. In essa è contenuta l’esaltazione del finito, ma anche la riduzione assoluta della progettualità, della speranza per qualcos’altro. E questo è antitetico all’uomo stesso, visto che nella nostra vita programmiamo naturalmente. Diceva Platone: “Chi può sapere se il vivere non sia il morire e il morire non sia il vivere?” Ridurre l’esistenza all’essere per la morte, considerando questa come impossibilità alle nostre possibilità, è ridurre l’esperienza umana al nulla, e quindi all’assenza di senso. È la morte come apertura alla possibilità che permette all’uomo di entrare in comunione con l’essere, permette la possibilità di un senso. È la morte stessa a rivestirsi così di una positività che è positività per qualcosa.

di Stefano Re


Responses

  1. La morte ha sempre affascinato l’uomo col suo mistero di quello che ci aspetterà dopo.
    Tu hai citato filosofi e scrittori con frasi che riflettono il loro approccio con questa fase della vita, ineludibile e misteriosa.
    Se andiamo a esaminare i popoli antichi come esorcizzavano questo momento, basta ricordare i corredi funebri delle tombe dei nobili e dei ricchi, il simbolismo di uccidere servitù o animali prediletti dal defunto, i cibi e le bevande che avrebbero accompagnato il morto in quel viaggio senza ritorno.
    Quasi tutte le religioni hanno trasformato il mondo popolato dai defunti come un luogo idiliaco o di perdizione a seconda del comportamento tenuto in vita.
    Ma per noi moderni cos’è la morte? Secondo me la fine della nostra vita.

    • Beh, devo ringraziarti per questo bel contributo. (S.R.)

      • Hai ntrattato un argomento interessante e sono lieto di aver contribuito.

        O.T. Per Caffè Letterario di Dicembre avrei pensato alla data del 4. Va bene?

      • Perfetto. Grazie (S.R.)

      • Grazie a te per la disponibilità

      • In realtà, sembrerebbe che l’unico orizzonte immortale che contempliamo, oggi, sia quello della contabilità, i debiti sono l’unica cosa immortale.

      • …e ricadono sui posteri. Come la morte. (S.R.)

  2. Mi piace pensare all’altra faccia della medaglia: a quello che è umano e pure si salva…apprezzo le tue parole come sempre!

  3. Difficile pensare alla morte come positività di qualcosa. Ci si può riuscire se si dà un senso, una certezza al dopo, ma è una certezza che sfugge.Almeno a me.
    La morte interrompe una progettualità terrena che comunque è stata avviata e spezza la comunicazione con gli altri.Averne sua coscienza può aiutarci a cercare di dare un maggiore senso alla vita terrena, finchè c’è. Questo sì ed è l’unico senso che riesco ad attribuirle.
    Ciao
    Marirò

    • Bella la tua riflessione. Grazie (S.R.)

  4. Difficile dare un giudizio su qualcosa che non si conosce.
    la morte ha molte facce
    può essere la salvezza per chi soffre nella vita
    può essere l’oblio per chi ritiene inutile la vita
    potrà essere un dolore per chi resterà in vita
    ecc. ecc. ecc.

    ciao Stefano, bella riflessione!

  5. oggi ho lasciato un commento ma noto che non è visibile pultroppo, mi spiace.
    volevo dirti che questo tuo post è particolarmente impegnativo, affronta un tema difficile e delicato, in primis perchè non si conosce.
    però ti lascio la mia impressione, che è quella di lasciare la morte a chi desidera una pace completa, perchè io la vedo priva di ogni senso.

    • In effetti eri finita nello spam. Verificherò il motivo.
      Comunque grazie per il tuo contributo.(S.R.)

  6. Il tema è portante. Noi occidentali, nella nostra cultura, identifichiamo e diamo una accezione alla idea della morte, come concetto, con una valenza troppo approssimativa rispetto ad altre culture. Un caro saluto. Univers

    • Sarebbe bello colloquiare maggiormente sulle tue idee… Grazie per il passaggio (S.R.)

  7. La morte e` la conseguenza naturale della vita, che, poi, tornera` ad essere vita…
    Ecco perche` e` cosi` importante cercare di vivere al meglio, vivere una vita di valore, perche` non possiamo sapere cosa ci attendera` un lontanissimo domani, ma possiamo gettare le basi per che` questo sia il piu` radioso possibile.


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