Pubblicato da: Stefano Re | 6 ottobre 2013

Le scale

Questo racconto è del 2003.
L’ho riproposto per il blog del Caffé Letterario. Buona lettura
(S.R.)

A volte certe piccolezze si fissano
imperiosamente e a lungo nella memoria.

I demoni, Fedor Dostoevskij

Ancora un gradino, e poi di nuovo giù dabbasso. Sabrina Sturiale saliva gradini da quando aveva diciotto anni. Aveva cominciato a salire e scendere le scale del suo palazzo quando il sole era ancora un velo di fuoco all’orizzonte, quindi era passata a quelle di un altro palazzo, poi a quelle di un’altra città e quindi in giro per il mondo gradino per gradino. Ci sarà un luogo dove potrò fermare quest’assurda inquietudine che mi divora l’esistenza, raccontava. “E’ mai possibile che tutto ci sfugga dalle mani, come se nulla c’entri con noi?” E allora via, di scala in scala lungo gli anfratti del mondo. Ogni tanto incontrava qualcuno sul pianerottolo e cominciava a chiacchierare, ma poi fuggiva per non giungere in ritardo all’appuntamento col destino. “Mi faccia andare, la prego”, diceva. “Se dovessi arrivare tardi, questa mia fatica sarebbe inutile…”
“Mio padre aveva deciso di frequentare un corso di pittura”, aggiungeva l’altro per continuare il discorso. “Faceva quadri e raccontava che dentro quei colori ci fosse l’infinito… “
“Non insista, la prego!” rispondeva Sabrina. “Anche nei colori c’è tanta inquietudine…” e riprendeva la salita. Era come stare dentro un’ossessione.
“Ma dove va così di fretta?” le chiese un tale sull’ottantina. “Guardi come le svolazzano i capelli… Se li faccia accarezzare da qualche bel giovanotto e vedrà che questa fissa delle scale sarà soltanto una grande stravaganza”.
“Eh già”, diceva lei, “coccolare un bel ragazzo e poi tornarsene a casa con l’angoscia che tutto finisca in un batter di ciglia?”
“Tutto finisce comunque, signorina. Non s’illuda… l’eternità è nelle piccole cose di ogni giorno. Anche mio padre…”
“Suo padre?” domandò Sabrina. “Ma sarà già morto… le pare il caso di parlarmi di suo padre?”
“Sì, perché mio padre, tra le altre cose, collezionava cani morti. Diceva d’imbalsamarli per imprigionarne l’anima. Solo così potevano vivere in eterno. Ogni sera entrava nello stanzone dove teneva quegli orribili animali, e cominciava a parlar loro… povero babbo, l’hanno internato in manicomio! Si goda la vita finché può!”
“Non posso, ci sono altre scale da percorrere; chissà, forse un giorno le saprò dire qualcosa che la riguarda”, e fuggì di nuovo. Nel frattempo gli anni passavano. Ormai erano
dodici lunghissimi anni che aveva intrapreso quel viaggio; aveva attraversato l’Italia dal nord al sud; aveva incontrato persone di ogni nazionalità e cultura; aveva riscoperto il valore di un sorriso, l’angoscia di una lacrima; cominciava a sentirsi stanca. Ripensava alle parole di quel vecchio: l’eternità è nelle piccole cose di ogni giorno, e già sentiva il peso dello stress e della stanchezza. Scale, sempre scale, e per che cosa? Forse era meglio tornare a casa…
E s’era quasi convinta, quando, mossa dal desiderio di arrivare fin lassù, a quell’ultimo piano di quel palazzone un po’ barocco, riprese a salire. E quando fu in cima si accorse che lì finiva il palazzo, ma continuavano le scale. Ai piedi di quei gradini che sembrava salissero nel vuoto, Sabrina vide una bambina pattinare.
“Ciao”, le disse. “Mi sai dire dove portano queste scale?”
La bambina continuò a pattinare come se niente fosse. “Ehi!” Sabrina alzò la voce. “Mi sai dire dove portano queste scale?”
Nessuna risposta. Sabrina urlò, urlò e cominciò a sbattere i piedi in preda all’isteria. Arrivò
di corsa una donna: “Ma è impazzita? Mia nipote è sorda, per quanto lei si ostini a gridare,
mai la potrà sentire”.
Mortificata, Sabrina azzardò un sorriso verso la piccola, e domandò alla donna cosa fossero quelle scale che salivano su fino al cielo.
“Ci siamo svegliati un giorno e le abbiamo trovate lì” rispose la donna, “ma se vuole un consiglio, faccia come se non ci fossero…” “
“E perché?”
“Faccia come se non ci fossero” aggiunse di nuovo la donna. “Io non l’accompagnerei nemmeno se mi portasse il diavolo!”
“Betta, Betta, perdio!” gridò una voce d’uomo che proveniva dai piani di sotto. “Ma con chi diavolo stai parlando?”
La donna salutò velocemente, Sabrina Sturiale invece proseguì per la sua strada.
“Ma con chi stavi parlando?” chiese Marietto alla moglie rivedendola sull’uscio di casa
“Ho sentito delle urla” rispose la donna. “C’era una ragazza lassù. Una bella ragazza. Mi chiedeva dove portassero quelle scale”.
“E tu che le hai detto?”
“Che faceva bene a tornarsene da dove era venuta…”
“E lei?” chiese l’uomo.
“E’ salita…”.
“Povera ragazza…” aggiunse il marito scuotendo la testa.
Sabrina saliva. Più percorreva gradini e più questi sembrava non finissero mai.
“Ehi Marietto, ti ricordi quando anche noi siamo saliti per quella scala?” domandò Betta.
“E come potrei scordarmi quei lunghissimi anni di gradini?” disse il Marietto.
“Ricordi? Si saliva, e più si andava in alto, più le scale sembrava non finissero mai. Poi d’improvviso l’ultimo: quel beffardo gradino e il vuoto. E siamo stati obbligati a ridiscendere. In fondo, non sappiamo ancora oggi cosa stessimo cercando”.

(di Stefano Re)

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Responses

  1. Un eccellente racconto: giusto riproporlo. E’ anche decisamente realistico. In fondo è quello che facciamo da tanto tempo: ogni giorno ognuno di noi trova le sue scale e deve salire.

  2. Allora passo di là a leggerti… cari saluti.
    Univers


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