Pubblicato da: Stefano Re | 31 agosto 2012

Il puzzle

“Il puzzle” è un mio vecchio racconto. (S.R.)

Mi sembra che il tuo sangue mi
colpisse di caldissimi soffi…

Teresa Raquin, Emile Zola

“Ciao, sono Anselmo”.
“Vieni su amore”, disse Monica.
Anselmo salì, ma appena varcò la porta d’ingresso, un coltello gli trapassò il petto. Cadde a terra senza capire. Svenne. Monica aspettò che morisse.
Si erano conosciuti una sera di qualche anno prima, si erano scambiati il numero di telefono e avevano cominciato a frequentarsi.
“Pronto?”
“Ho ucciso Anselmo”.
“…?!”
“Ho ucciso Anselmo!” disse di nuovo Monica.
“Che hai fatto?”
“Ho uc-ci-so An-sel-mo”.
“Ma sei impazzita?” chiese spaventata l’amica.
“Ora lo faccio a pezzetti e poi lo ricompongo. Se c’è bisogno lo imbalsamo”.
“Cosa?!” disse l’amica.
“Sì, ne faccio un puzzle e lo inchiodo al muro, così ce l’ho sempre con me”.
“Spero tu stia scherzando…”
Monica era bella. Alta, mora, con un seno così e le gambe che le slanciavano l’intera figura. Era nata venticinque anni prima, dove l’orizzonte è una cicatrice tra i palazzi. Si era laureata in giurisprudenza e lavorava da un anno presso uno studio legale di via Podgora.
“Mi ami?” aveva chiesto il giorno prima ad Anselmo.
“Certo”, aveva risposto lui di rimando.
“E allora dovresti stare sempre con me”.
Anselmo invece era uscito con gli amici.
Ora con il puzzle di Anselmo sul muro, Monica sembrava tranquilla. Lo fissava, gli mandava dei baci e sorrideva.
“Ora sì che staremo sempre insieme”, pensò.
Monica passava intere giornate ad osservare il puzzle. In fondo Anselmo era davvero un bel ragazzo. E poi averlo lì era come aver esaudito l’eternità dell’amore. Lì sul muro, un puzzle da ventimila pezzi.
Lo osservò per un giorno intero, poi per una settimana quindi per un mese, ma dopo quel periodo Monica cominciò a stufarsi di una mummia. Anselmo non diceva niente, non sorrideva, non l’accarezzava, non faceva nulla se non stare lassù impalato come un qualsiasi crocefisso. L’aveva sempre lì, è vero, ma non le apparteneva più. Come poteva stare con una persona che non poteva neppure dirle di no? Quel puzzle era soltanto un ammasso di carne e sangue raggrumato.
Doveva escogitare qualcosa. Pensò ad un chirurgo, a qualcuno che potesse elaborare un trapianto di coscienza.
“Pronto?”
Monica spiegò.
“Cosa?” chiese il professore. “Strappare la coscienza ad un malato terminale e trapiantarla su un puzzle? Lei è matta!”
“Ma questo non è un puzzle qualsiasi. E’ il puzzle del mio ragazzo, anzi, è il mio ragazzo”.
“…?!”
“Ho ucciso il mio ragazzo e l’ho imbalsamato”, spiegò la ragazza.
“Cosa?”
“Sì, ho ucciso il mio ragazzo e l’ho imbalsamato. Mi sfuggiva, mentre io lo volevo sempre con me”.
“Lei è pazza!” gridò il chirurgo.
“Senta, lei prenda la coscienza di un moribondo qualsiasi e il gioco è fatto” disse seccata la ragazza.
“Ma si rende conto di cosa sta dicendo?” disse il luminare. “Credo che per la coscienza non ci sia trapianto che tenga, e poi non saprei nemmeno da dove cominciare”.
“E allora cosa faccio?” domandò Monica seccata. “Pensa sia bello per me contemplare il mio ragazzo e non potergli parlare?”
“Senta”, rispose adirato il chirurgo, “non l’ho ucciso io il suo ragazzo, quindi la saluto”.
Monica restò con il cord-less in mano. Senza parole. Rivoleva la coscienza del suo Anselmo, che almeno riaffiorasse la coscienza, invece niente! In fondo aveva ucciso Anselmo per sempre, ed ora le mancava qualcuno che la potesse amare indipendentemente dalla sua presenza. Qualcuno che la amasse anche con il pensiero, o con un sorriso, o con un litigio. In fondo le mancavano Anselmo e le sue contraddizioni. Si sentiva sola; guardava il puzzle, ma il puzzle non la riconosceva.
Stanca di quell’immagine fissa di carne e sangue raggrumato, prese dalla cucina il coltello, ruppe il puzzle, raccolse i pezzetti di quello che era stato il suo ragazzo, li mise in un contenitore e ne fece bocconcini per i gatti.
“Così torni utile a qualcosa” disse come parlando tra sè.

(di Stefano Re)


Responses

  1. inquietante, ma scritto con la giusta freddezza, quasi con cinismo.

  2. alla Hitchcock
    terribile ma decisamene ben scritto.

    • Grazie per il buon giudizio. (S.R.)


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