Pubblicato da: Stefano Re | 2 febbraio 2012

Dino Buzzati: 40 anni fa la morte

Il 28 gennaio 1972 moriva Dino Buzzati, un autore che ha segnato la mia scrittura e che ha accompagnato le mie letture. Per ricordarlo ho chiesto all’amico Gianluca Comincini uno scritto su di lui.
Gianluca Comincini, classe 1970, è docente di materie letterarie. La sua tesi di Laurea: Buzzati ignoto: i primi racconti, ottiene nel 2002 il premio “Per conoscere Dino Buzzati” indetto dall’Associazione internazionale Dino Buzzati e, quindi, viene compendiata nell’omonimo volume (2002 e, con adattamenti e appendice, 2003). Ha scritto articoli per la rivista scolastica Nuova secondaria e collaborato al periodico scolastico Scuola e didattica (entrambi editi dalla bresciana La scuola). (S.R.)

BUZZATI (1906 – 1972) di Gianluca Comincini

Un cretinetti. Così era definito Buzzati nei corridoi del Corriere della sera ove, dal 1928, lavorò per l’intera vita donandoci magistrali elzeviri. I colleghi interpretavano come supponenza il carattere schivo di chi era impegnato a guardare il mondo con sguardo presago, cercando di restituirlo con la forza della narrazione sulla pagina: e allora, senza concessioni al patetismo o ad un romanzesco corrivo, ecco nascere il lirismo funebre sull’indicibile (la tragedia di Albenga, 18 luglio 1947) o il romanzo per cui Dino è famoso (Il deserto dei tartari, 1940) e che rappresenta un’allegoria straziante della vana attesa umana di un miracolo nel quotidiano (lo spunto glielo suggerirono proprio i giornalisti che lo circondavano ogni giorno, sempre più vecchi senza un apparente motivo che giustificasse la loro implacabile senescenza). L’altezzosità era piuttosto da addebitarsi a critici letterari che mal vedevano uno scrittore applaudito dal pubblico senza possedere un pedigree di purezza estetica (l’inviso mestiere in redazione, al contrario, àncora al reale, in strepitosi incipit cronachistici, quella che viene imprudentemente definita una narrativa fiabesca o favolistica, non engagè insomma); costoro, individuando una presunta meccanicità dell’intreccio unita a scarsa introspezione dei personaggi, confondevano la generalizzazione con l’universalità cui Buzzati, da sempre, s’indirizzava sagace: non si possono infatti reprimere brividi di squassante consapevolezza per narrazioni brevi quali Sette piani (chi non ha sperimentato gli imperscrutabili meandri della malasanità?), Il mantello (sul dolore muto delle vittime d’ogni guerra), Appuntamento con Einstein (disamina dei portati imprevisti della tecnologia) o impedirsi di sorridere con l’attualissimo Il problema dei posteggi o di riflettere in stupore per le implicazioni del minuscolo poemetto Il cane che ha visto Dio. E’ appunto nei racconti che pare sedimentarsi il miglior Buzzati (Sessanta racconti, 1958; Il colombre, 1966 e molte altre sillogi): terso, ironico, raziocinante, commovente, sempre oltre ogni tentativo di stolida decifrazione (“Come scarafaggi matti girerete per interi giorni su e giù per queste paginette cercando l’uscio segreto che vi consenta di entrare”, Il senso recondito). Non elusivo, Buzzati, piuttosto in tenace cerca di un quid sempre sfuggente (“Qualcosa era successo”: sintagma che sintetizza una poetica) e quindi, con inevitabile scandalo dei benpensanti, sempre implacabilmente anticipatore: le mostre di pittura degli anni Sessanta si appaiano (addirittura) ad un volume illustrato (Il poema a fumetti, 1969) che rilegge in chiave moderna il mito di Orfeo ed Euridice e ripropone gli esiti delle prove precedenti quali vignettista (Il Libro delle pipe e La Famosa invasione degli orsi in Sicilia, entrambi del 1945). E poi. Poi capita che lui, il cretinetti, ci lasci in una mattina d’un gennaio qualunque divenendo il suo lontano protagonista, Giovanni Drogo; affrontando cioè la morte con la pudica dignità che non manca di sbigottire – tanto era celata tale forza d’animo dietro atteggiamenti a volte snobistici – le presenze anche di prestigio accorse al capezzale: “Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po’ il busto, si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benchè nessuno lo veda, sorride”.

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Responses

  1. Un bellissimo ricordo. Anche per me Buzzati è stato fondamentale per la mia formazione.

  2. Non ho letto niente di lui. Ma attraverso il tuo blog, scopro tanti stimoli. Grazie.

    Arcangela

  3. grazie per questa magnifica commemorazione….magari ci fossero in giro “cretinetti” come lui.

  4. Di Buzzati, letto molti anni fa, ricordo I sessanta racconti, piccoli capolavori che ho letto più volte. Di recente ho letto Il segreto del bosco vecchio, che secondo me, è un autentico capolavoro, superiore al celebrato Deserto dei tartari.
    E’ un autore che sempre amato e l’articolo riportato è una bella pagina per celebrare questo grande scrittore, che misteriosamente rimane sconosciuto.

  5. E bravo il nostro Comincini, che rende omaggio a uno degli scrittori che meriterebbero di entrare nell’elite della magica parola scritta, ed invece (e il particolare rapporto coi Suoi colleghi sopra riportato lo evidenzia), rimane per un motivo o per l’altro intrappolato nel limbo degli scrittori “per pochi eletti” che lo sanno apprezzare. (e forse non è meglio così?)…

  6. Un personaggio che ha lasciato una
    bella impronta….
    Di lui ricordo di aver anche visto un paio
    di film tratti dalle sue opere…

    Ti lascio un sorriso e l’augurio di un radioso inizio di settimana!
    Michelle

  7. Elzeviri? Presago? Corrivo? Uhm… questo tipo di scrittura mi sembra di conoscerlo… Pensavo che così tanti paroloni non esistessero neanche, ma qualcuno mi ha stupito ancora una volta.
    Nonostante abbia dovuto rileggere qualche frase, il componimento non fa una piega e riporta la testimonianza di un granadissimo scrittore italiano! xD

  8. Reblogged this on Fabio Argiolas.


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