Pubblicato da: Stefano Re | 10 settembre 2010

Qualcosa di importante

Questo racconto lo scrissi nel 2002. Buona lettura (S.R.)

La prima cosa è il mio nome…
Oceano mare, Alessandro Baricco

Si alzò prese il cappello e fece per uscire.
“Scusi professore”, gli disse subito il ragazzo. “Si è scordato di darmi il compito”.
“Ah il compito!” rispose il professore. “Vediamo… Scrivi una trentina di righe che descrivano qualcosa di importante”.
“Di importante per me?”
“Certo”, rispose il professore.
“Buonasera”, allora.
“A domani”.
Il ragazzo si mise subito al computer. Ci teneva alle lezioni di scrittura creativa e ai compiti che il professore gli assegnava. Cominciò così:
Sembra che niente sia più importante del proprio nome. Mi chiamo Andrea e ne ho abbastanza della vita che faccio. Tutto si ripete alla stessa maniera, senza variazioni o altra felicità.
Si fermò al trillo del telefono.
“Pronto?”, domandò
“Andrea, sono il professore, disse la voce metallica proveniente dal cord-less. Ho dimenticato di dirti di non cadere nel patetico.”
“Patetico?” disse il ragazzo.
“Sì, patetico” rispose il professore. “La conosci la leggenda del vecchio Gizzi? E’ una leggenda delle vostre parti. Era molto vecchio, Gizzi; ogni giorno passava per il bar, si sedeva e cominciava a raccontare la sua storia, sempre la stessa, sempre alle stesse persone. Diceva: mi sono sposato presto. Avevo una moglie che tutti mi invidiavano e che mi diede un figlio. Un giorno decisero di uscire di casa per una passeggiata e una macchina li tirò sotto, e qui il vecchio Gizzi singhiozzava. E non c’era niente di vero… Poi aggiungeva che da allora la sua vita era finita e la miseria aveva inghiottito gli ultimi risparmi e che non aveva nemmeno qualche lira per un bicchiere di vino… E subito qualcuno ordinava da bere per lui.”
“Che storia triste”, disse il ragazzo.
“Patetica”, disse il professore prima di far cadere la linea.
Sarà anche patetica, disse tra sé il ragazzo, ma è molto triste. E tornò subito al computer e scrisse così.
Ci sarà almeno un modo per cambiare qualcosa di questa maledetta o benedetta vita che sia. Mi hanno chiamato Andrea? Bene, ma perché diavolo mi avrebbero dato questo nome? E se mi avessero chiamato Adelchi? Sarebbe cambiato qualcosa? Scusa Adelchi, mi avrebbero detto, non hai per caso cinque minuti? E io avrei comunque risposto, anche se mi fossi chiamato Abramo. Non so, ma ho la vaga impressione che tutto sia comunque deciso. E’ importante il mio nome, certo. Per lo meno so quando girarmi se qualcuno mi chiama. Ma poi? Non mi sarei girato comunque, se qualcuno avesse gridato Stefanooo!, e mi fossi chiamato davvero Stefano? Ciao bel bambino, come ti chiami? Pensa se ce lo chiedessero appena nati e si avesse l’opportunità di parlare! Sei ancora attaccato al seno della mamma che già ti annoiano con domande cui non puoi rispondere. Alzi gli occhi verso l’idiota e con il pollice della manina indichi la mamma, perché purtroppo ancora non ti hanno detto quale cavolo di nome ti appiccicheranno addosso per tutta la vita. Vorresti dire, che so, Marco!, e invece devi tacere perché anche il tuo nome lo decideranno altri. «Chiedi alla mamma», ti toccherebbe dire! E così per tutta la vita. Ci si alza un martedì, ci si stiracchia e poi si decide di andare a fare una scampagnata. Oggi niente scuola, oggi niente lavoro, e invece no, perché qualcuno ha deciso che di martedì si lavora e di domenica si fa la passeggiata. E a noi rimane la scelta di dire sì o no a quello che altri hanno già scelto per noi. Bella, la vita!Andrea si fermò qui. Stampò l’elaborato e attese con ansia il giorno dopo per avere il riscontro del professore.
“Un buon lavoro”, disse il professore prima di stracciare il foglio e buttarlo nel cestino.
“Perché lo straccia professore”, chiese subito il ragazzo. “E’ importante, in fondo viviamo la vita che altri hanno scelto per noi”.
“Certo, è per questo che l’ho stracciato”, disse il professore. “Perché tenere riflessioni su qualcosa che non ci appartiene? Dai che continuiamo il programma”.
La lezione durò un’ora, poi il professore prese il cappello e prima di uscire diede un buffetto sulla guancia del ragazzo e disse:
“Il problema non è che altri abbiano scelto per noi, il vero problema è che ci sia sempre qualcuno, almeno uno, che ci chiami per nome”.
E se ne andò.


Responses

  1. Avevo già letto questo tuo scritto e lo reputo bellissimo soprattutto la chiusa che racchiude una grande verità!!!
    Come al solito “chapeau!!!”
    Cristiana 🙂

    • Pensa che l’ho pubblicato proprio perché un po’ di tempo fa mi avevi invitato a farlo. (S.R.)

  2. Grazie Ste, hai anche una memoria di ferro!!
    Ah,…. hai visto che bei commenti sul “GIARDINO DEI POETI” …. sei un grande!!!
    Baci a tutta la famiglia.
    Cristiana 🙂

  3. Cristiana ha deciso per me che dovevo leggerlo.
    Per farlo credo che mi abbia chiamato per nome.
    Bel racconto.
    Ciao.


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