Pubblicato da: Stefano Re | 27 aprile 2010

Serse

Questo racconto l’ho scritto per il concorso “PerFiducia” dell’IntesaSanPaolo.
Ogni due giorni veniva indicato lo spunto per continuare la storia, ecco il motivo dei capoversi.
Con la speranza che vi piaccia
. (S.R.)

Non riuscivo a capire a che punto fossi. La mia vita e la mia strada mi avevano portato fin là. Ma il bello stava per cominciare. Ricordo che infilai gli occhiali, lo faccio sempre quando penso. Li infilai perché sapevo che da quello che avrei fatto, sarebbe cambiata la mia vita. Decisi di entrare. Il bar era in penombra; dietro il bancone Claretta stava versando un barbera al Vecchio dell’Alpe. Tolsi gli occhiali. Il Vecchio si voltò di scatto e io cominciai a grattarmi la pelata. Ero agitato. “Che sei venuto a fare?” disse. “A bere!” risposi grattandomi la pelata. “Che bevi?” chiese Claretta. “Un succo alla pera.” risposi. Il Vecchio mi guardò dall’alto al basso, ma per la mia altezza arrivò subito ai piedi. Non gli piacevano quelli che non bevevano alcolici, e sapevo di rischiare per questo. “Che schifo!” aggiunse.

“Lo correggiamo con un po’ di vino?” dissi sperando in un suo sorriso. Mi fulminò con lo sguardo, mentre Claretta abbozzava un sorriso. Misi gli occhiali. Volevo bene al Vecchio dell’Alpe, perché volevo bene a sua nipote, una ragazza orfana lasciata al Vecchio quando ancora non sapeva né leggere né scrivere. Qualcuno la chiamava Heidi, anche se il suo vero nome era Marina. Tutti, ma proprio tutti la adoravano.

Proprio mentre mi toglievo gli occhiali, qualcuno accese la luce e il bar sembrò perfino più pulito. Anche Claretta sembrava più bella con quella scollatura che mostrava due piccole prugne. Il Vecchio mi fissò, anzi, cominciò a fissarmi i piedi. “Belle scarpe” disse. “Grazie” risposi. Claretta si sporse dal bancone. “Me le devi prestare” aggiunse il vecchio. Rimasi interdetto. Misi gli occhiali. “E perché?” Pensai.

Non ebbi il coraggio di dirglielo, per lo meno non in quel momento. Avevo paura di lui e lui si era già ingollato cinque barbera, forse sei visto l’orario. Il Vecchio era un uomo regolare, sempre dedito alle stesse abitudini, ma non poteva sfuggirmi l’occasione per incontrare sua nipote. Tolsi gli occhiali. “Sì” abbozzai, “ma solo se mi fai parlare con tua nipote”. Sapevo di toccare un tasto dolente.

Non disse nulla. Sembrava un gorilla davanti al bancone pronto a ingollarsi un Crodino, solo che al posto di Victoria c’ero io, Serse, l’uomo che non sapeva nemmeno acchiappare una mosca con il battipanni. Prima che parlasse dissi: “Potrebbero puzzare”. La misi sul ridere. Lui si mordicchiò il labbro inferiore. Claretta si girò verso la parete dove stavano bottiglie e bicchieri temendo il peggio. “Come te del resto!”

Poche parole, disse solo quelle quattro parole e poi scoppiò in una fragorosa risata. Lo guardai aspettando mi prendesse per il bavero per poi prendere la mira e colpirmi con un fendente. Misi gli occhiali. “Che faccio ora?” pensai senza sapere da dove cominciare. Il Vecchio chiese da bere un nuovo bicchiere di barbera, mentre io domandai a Claretta un nuovo succo alla pera. “Voglio le scarpe!” ordinò il Vecchio.

Senza nemmeno togliermi gli occhiali, adagiai le mie morbide chiappe su una seggiola e dissi: “Solo perché sei il nonno di Marina”. Tolsi le scarpe e gliele porsi. Lui fece lo stesso. Erano grosse scarpe che lui utilizzava per la stalla e le sue puzzavano davvero. “Sono comode?” mi chiese come per prendermi in giro. Erano larghe, lunghe abbastanza, ma larghe. “Te le riporto a casa?” domandai sperando in un sì e confidando di vedere Marina.

Fece di no con la testa. “Te le riporto qui al bar; stessa ora, domani.” Tolsi gli occhiali. “Non potremmo fare da te?” ci riprovai. “Perché, qui non va bene?” il Vecchio insisteva. “Ti eviterei la strada” abbozzai. “Mi eviteresti fiumi di barbera!” disse lui. La luce del bar si spense nuovamente e con lei la speranza di incontrare Marina. Ma in quell’istante, Paolo entro nel bar, con un messaggio per il Vecchio.

Il Vecchio dell’Alpe lo fissò dal basso all’alto. “Non gli piacciono le scarpe…” pensai, mentre Paolo stava fissando le nostre. “Che fai qui?” gli chiese il Vecchio. “Marina vuol sapere a che ora rincasi”. Paolo era un nipote del Vecchio. “Che le importa?” “Non so” rispose Paolo. Io drizzai le orecchie. Grazie a Paolo sapevo quando sarebbe rincasato il Vecchio, e quindi avrei potuto avvicinarmi alla fattoria.

Infilai nuovamente gli occhiali. “Non lo so” rispose il Vecchio. “Come non lo so”, mi uscì senza quasi accorgermene. Quindi abbassai gli occhi sulle scarpe di Paolo. Claretta tossì due volte, mentre Paolo cominciò a mordicchiarsi il labbro. “Perché lo vuoi sapere?” chiese il Vecchio. Non avevo scuse. Sfilai gli occhiali. “Già, perché?” recitai per prendere tempo. Mi stava sfuggendo un’occasione tra le mani. Mi alzai.

“Perché sì!” dissi alzando la voce. “E tu Claretta, buttami in questo dannato bicchiere un Campari con bianco.” Claretta strabuzzò gli occhi, mentre il Vecchio rimase immobile. Basito, per l’esattezza. Paolo mi fissò le scarpe, che poi erano quelle del Vecchio. Il silenzio era assordante, nonostante alcuni pensionati stessero urlando dietro ad una briscola di troppo. Claretta versò nel bicchiere quanto avevo chiesto.

Ingollai il Campari con bianco, che subito mi fucilò la parsimonia e mi solleticò gli istinti primordiali. Il Vecchio era ancora inebetito. Era un uomo tutto d’un pezzo, con i suoi campi e la sua fattoria tenuta bene. Aveva fatto la fame, quella che ti contorce le budella, la guerra, ma grazie alla fattoria ne era uscito a testa alta. E sapeva farsi valere. “Perché desidero Marina!” aggiunsi. Infilai gli occhiali.

Il Vecchio ebbe un brivido. Chiese subito un altro barbera, mentre Paolo deglutì. Era burbero, il Vecchio, e forse lo chiamavano Vecchio dell’Alpe proprio per il suo carattere. Guardo le mie scarpe che lo facevano più giovane e poi disse: “D’accordo!” Sfilai gli occhiali e feci quello che mai nessuno aveva osato fare: mi gettai al suo collo e l’abbracciai. Lui fece lo stesso, prima di tirarmi un ceffone! Sbiancai.

Non capivo più nulla. Prima m’aveva illuso e poi mi aveva tirato un ceffone. Infilai gli occhiali. “Perché?” chiesi. Non rispose e mi disorientò maggiormente. Claretta preparò un caffé. Paolo uscì dal bar. Il Vecchio guardò le sue scarpe. “Ridammele”, disse. Non feci resistenza. Mi tolsi le scarpe e le misi al suo fianco. Lui tenne le mie ai piedi, mise sotto braccio le sue e fece per uscire dal bar. “Claretta, segna tutto sul mio conto”. Claretta fece sì con il capo. Sulla porta il Vecchio si voltò e mi disse: “Devi imparare ancora molto, per questo ti avevo proposto lo scambio delle scarpe.” “E adesso?” chiesi con un filo di voce. “Marina ti aspetta alla fattoria.” “Ma non ho più le scarpe!” dissi. “E a cosa ti servono? Dimmi la verità… Cosa ti ha insegnato la vita, visto che la suola delle tue scarpe non ha nemmeno un graffio?” Rimasi in silenzio per un attimo, poi mi sfilai gli occhiali e gli gridai: “Vecchio, non sono le scarpe che solcano le strade della vita, ma questi calli che ogni tanto si spezzano, e ti assicuro che di calli ne ho fin troppi. Ma la differenza tra me e te è molto semplice… io sono ancora capace di sorridere, tu invece mostri al mondo tristezza e arroganza!” Poi uscii dal bar e gli dissi: “Nemmeno Marina, ti merita!”

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Responses

  1. Bello.
    Però vorrei, coems empre, e mi perdonerai, esprimere un pensiero.
    “A volte chi mostra al mondo tristezza e arroganza ha dentro se un mondo d’amore, tenerezza che tiene stretto in una morsa, ben chiuso…là in fondo allo stomaco, perchè troppe volte il mondo si è preso gioco del suo amore, quando quel vecchio con fiducia e sorrisi voleva regalarlo al mondo….”

    • Come sempre accetto il pensiero…
      E poi i racconti diventano di chi legge… e come sempre, grazie!

  2. bella questa tua affermazione
    “i raconti diventano di chi li legge”

  3. Peccato sia così breve Stefano!
    La scena mi si è aperta davanti agli occhi.
    Un sorriso 🙂

  4. Un racconto vero che riesce a trasportare il lettore nella realta’ RACCONTATA. SIGNIFICATIVA LA TRAMA E QUEL PARLARE DI SCARPE CHE AIUTANO A CAMMINARE……..
    E QUELLA PERSONA TRISTE E ARROGANTE, CHE NON E’ CAPACE DI BILANCIARE I PROPRI EQUILIBRI, CON CHISSA’ QUALE VISSUTO DISORDINATO ALLE SPALLE, CON CHISSA’ QUANTA SOFFERENZA NEL NON RIUSCIRE A PORSI AD UNA REALTA’ ESTERNA IN MODO ARMONIOSO.

    • Grazie. E quella persona triste e arrogante, secondo me, è più che un personaggio. (S.R.)


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