Pubblicato da: Stefano Re | 21 gennaio 2010

Intro alla poesia

Questo che segue è il canovaccio che ha fatto da introduzione ad una serata sulla poesia e su Montale. Quella sera ero accompagnato dal maestro Stefano Cucchi e da Christian Ghezzi. Nella seconda parte della serata è stato letto un testo, scritto con Christian, che prende spunto da una famosa poesia di Montale. In seguito lo riporterò su questo blog.

“Una parola non è la stessa in uno scrittore e in un altro. Uno se la strappa dalle viscere, l’altro la tira fuori dalla tasca del soprabito.”
Così Charles Peguy.

(brano musicale)

Per questa serata vorrei partire proprio da qui, anche perché la serata dovrebbe svilupparsi intorno alla poesia, per essere più precisi intorno al gusto per la poesia.
Leggere oggi una poesia è un’arte che ha perso il proprio piacere.
C’è stato un progressivo illanguidimento del gusto poetico. Fare oggi poesia, leggere oggi un libro di poesia è qualcosa che passa tra le azioni inutili.
Anche perché, ahimé, oggi troppi scrivono poesia e pochi la leggono.
Si è perso quello che è davvero il quid della poesia; è morta la parola ed oggi non siamo più capaci di cogliere quelle parole che in una poesia trasudano sangue. Se la parola non viene gestita come un elemento in carne ed ossa, difficilmente potremo cogliere il piacere che dà una poesia.
Ancora oggi il significato, la ricerca ossessiva del significato ci fa perdere di vista gli elementi che differenziano una poesia da un qualsiasi altro testo.
Ma questa è ancora accademia.
Proviamo a leggere un testo di Eugenio Montale:

(Qui la musica accompagna la lettura)

“Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.”

Non mi interessa il contenuto, mi interessa il contenente, mi interessa scoprire se dentro alla poesia costruita a regola d’arte, le parole hanno valenza connotativa oppure solamente denotativa; che è come dire: il fascino del mare è solamente laggiù a ridosso dell’orizzonte, o anche qui dove c’è la risacca? Certo, è necessario allenarsi a proposito.
Soffermiamoci un momento su questi quattro versi:

“e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro”

“Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo”

Percepisco un brivido appena mi soffermo sull’enjambement: che la canicola/stampa sopra…
Enjambement, ossia un mostro che da dentro l’armadio apre le ante dell’armadio stesso per occupare più spazio. Ho banalizzato, ma la metafora rende.
Chiarito il mostro, ecco la forza che il mostro imprime alla poesia, la bellezza che il mostro riesce
ad imprimere alla poesia stessa.
Quello stampa che ci entra dentro, che viene tatuato con inchiostro nelle nostre viscere. Da lì è facile comprendere la condizione in cui vive l’uomo della poesia.
Proviamo ora a risistemare le parole; solo un esperimento:

“Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua che la canicola stampa
sopra uno scalcinato muro non cura.”

Aldilà del ritmo che non regge, ci rendiamo conto che la forza del momento è vissuta in maniera troppo blanda. Quello stampa che abbiamo elogiato prima, ora diventa una parola senza carne ne sangue. Abbiamo trasformato una poesia in uno scritto senza anima.

(brano musicale di qualche minuto)

“Un uomo abituato a scrivere scrive anche senza idee, come un vecchio medico di nome Bouvard che morendo tastava il polso alla sua poltrona.”
Così Antoine de Rivarol. Così è per chi scrive poesie senza dare peso alle parole.

Abbiamo parlato di altri due versi:

“Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo”

Chi in quel secca non percepisce la fragilità di un ramo che si spezza? Ecco la forza connotativa di una parola.
Mi piacerebbe ascoltare dei suoni (mi rivolgo qui al musicista) secchi, per avere un aiuto dalla musica. Cerchiamo di comprendere, nella successione di suoni, quali sono quelli secchi.

Proviamo allora a leggere altri testi di Montale (abbiamo scelto Montale per la forza della sua poesia e per la sua capacità di dare anima alle parole. Un esercizio interessante sarebbe quello di ragionare su ogni singola parola delle sue poesie):

(Qui la musica accompagna la lettura)

“Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto”.

Bellissimo quel terrore di ubriaco, dove il terrore non è altro che quella paura per l’indeterminato nascosto dietro l’inganno di chi vive una realtà ubriacata. Terrore… dove le erre (pensiamo a chi ha la erre moscia, per comprendere meglio la vivacità del termine), dove le erre trasformano il suono della parola in rumore angosciante.
E’ di foscoliana memoria “lo spirto guerrier c’entro mi rugge”!
Leggiamo ancora:

(Qui la musica accompagna la lettura)

“Poi che gli ultimi fili di tabacco
al tuo gesto si spengono nel piatto
di cristallo, al soffitto lenta sale
la spirale del fumo
che gli alfieri e i cavalli degli scacchi
guardano stupefatti; e nuovi anelli
la seguono, più mobili di quelli
delle tua dita.

La morgana che in cielo liberava
torri e ponti è sparita
al primo soffio; s’apre la finestra
non vista e il fumo s’agita. Là in fondo,
altro stormo si muove: una tregenda
d’uomini che non sa questo tuo incenso,
nella scacchiera di cui puoi tu sola
comporre il senso.

Il mio dubbio d’un tempo era se forse
tu stessa ignori il giuoco che si svolge
sul quadrato e ora è nembo alle tue porte:
follìa di morte non si placa a poco
prezzo, se poco è il lampo del tuo sguardo
ma domanda altri fuochi, oltre le fitte
cortine che per te fomenta il dio
del caso, quando assiste.

Oggi so ciò che vuoi; batte il suo fioco
tocco la Martinella ed impaura
le sagome d’avorio in una luce
spettrale di nevaio. Ma resiste
e vince il premio della solitaria
veglia chi può con te allo specchio ustorio
che accieca le pedine opporre i tuoi
occhi d’acciaio. “

Nessun commento. Qui c’è la poesia. Qui le parole si donano, si sacrificano.
Così Georges Bataille:
“della poesia dirò che è, credo, il sacrificio dove le parole sono vittime.”

Ma oggi, perché è necessario tornare alla poesia?

“È ancora possibile la poesia?, si chiedeva Montale. “In un mondo nel quale il benessere è assimilabile alla disperazione e l’arte, ormai diventata bene di consumo, ha perso la sua essenza primaria?”
Questa domanda è rivolta all’Accademia di Svezia il 12 dicembre del 1975, durante la cerimonia di consegna del premio Nobel
E’ ancora possibile la poesia?

Io credo che la poesia oggi sia necessaria, perché soltanto attraverso l’attenzione per il verbo, per la parola, possiamo tornare alla verità delle cose. Per dare credito al relativismo oggi si dice che non esiste la Verità, ma il risultato finale è un’apatia di fondo, un isolazionismo esistenziale che getta sempre più nel dimenticatoio quello che io chiamo il teorema dell’aia: il luogo dove i rapporti vivevano di semplicità, di essenzialità, di poesia. Non c’è niente di più poetico dell’essenzialità. In poesia – questo è necessario comprendere – è inutile la ridondanza.
Allora è necessario tornare allo stupore. Abbiamo appena detto che in poesia non serve la ridondanza; allora mi piace terminare questa breve relazione con un verso di Montale, dove credo sia definito con precisione il concetto di stupore:

portami il girasole impazzito di luce

Ecco lo stupore, ecco la gioia per la luce. Notate la concretezza e l’esito felicissimo del verso. Qui c’è poesia, qui c’è lo stupore per la poesia.
A questo punto leggiamoci l’intero testo poetico.

(Qui la musica accompagna la lettura)

Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.
Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
é dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.


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