Pubblicato da: Stefano Re | 12 gennaio 2010

Tu e le tue certezze da quattro soldi

… il momento della disperazione
è un momento solitario.

Spinosa, Paolo Nori

Il moscone ronzava nella stanza, sbatteva contro la finestra, poi tornava a librarsi nell’aria apparentemente tranquilla. Gli Arturi stavano ancora litigando.
“Eppure ti dico che l’ho visto, e se non mi credi, sono fatti tuoi”.
“Ma ti vuoi rendere conto che stai parlando di un morto? Come diavolo puoi convincerti di aver visto un morto?”
“Eppure ti dico che l’ho visto!” disse l’ingegnere Arturi alla moglie.
“L’ho visto, l’ho visto… Tu e le tue certezze da quattro soldi…” rispose lei. “E’ sempre stato così, mai una volta che mi hai voluto dare retta”.
“Sei più testarda di un mulo!” disse lui.
“Senti chi parla,” fece lei sbattendo l’anta della credenza.
“Ricordi?” continuò la moglie. “Abbiamo letto la notizia sul Corriere della sera: «Morto d’infarto l’avvocato Gino Ulivi». Abbiamo anche letto i necrologi degli amici, e abbiamo spedito un telegramma di condoglianze alla moglie”.
“Sì, ma lei non ci ha mai risposto”, proferì l’ingegnere. “E se non fosse morto?”
“Questa è proprio bella”, disse sogghignando la moglie. “Dàm a trà! Ma ti ha dato di volta il cervello?
Non hai proprio rispetto per tuo marito…” e l’Arturi uscì di casa.
Fuori c’era un pallido sole, l’Arturi, Giovanni Arturi, procedeva lungo via Meravigli, verso via Dante. Da lì sarebbe sceso fino a piazza Fontana, avrebbe cercato posto su una panchina, e avrebbe aspettato l’ora di cena. Se nonché, proprio in piazza Cordusio, vide l’Ulivi imboccare via dei Mercanti. Aveva ragione! Allungò il passo, ma s’imbatté nel semaforo rosso, e proprio al passaggio del tram. Si arrestò, aspettò che passasse, e si buttò attraversando l’incrocio. Ma l’Ulivi non c’era più. Si era come volatilizzato. L’Arturi imprecò e percorse con foga via dei Mercanti. Giunto in piazza Duomo, non vide altro che persone diverse dall’amico.
Perso, aveva perso l’Ulivi.
Giovanni continuò a camminare fino in piazza Fontana per poi trovare posto su una panchina. Accese un sigaro e pensò alla moglie. Non c’era più niente da fare. Ida non lo sopportava più e lui non sopportava più di vedersela tra i piedi. Era la pensione, quel maledetto giorno in cui era andato in pensione, era la pensione la causa di tutto! Non si sopportavano più, e quando non sopporti tua moglie, ogni piccolezza è un valido motivo per discutere.
Il fumo del sigaro si alzava tranquillo senza eludere il puzzo di un escremento lì a fianco. Maledetti cani, pensò.
Guardava i mosconi ronzare lì sopra: “robba de matt”, biascicò!

Sebbene fossero solamente le cinque del pomeriggio, Giovanni Arturi fu costretto a tornarsene a casa.
“L’ho rivisto”, disse alla moglie. “Stava camminando lungo via dei Mercanti. Aveva un cappotto che gli arrivava fino ai polpacci. Sembrava blu, il cappotto, dico”.
“E puzzava?” chiese sogghignando la moglie.
“Sei proprio una becera; e vecchia!” urlò l’ingegnere.
“Ma come puoi credere di aver visto un morto?” chiese la donna alzando la voce. “Con te non c’è niente da fare. Aveva ragione la mia povera mamma: a batt on matt el deventa pussee matt!”
“I donn hin minga gent, e senza i omen varen nient; diceva invece mio nonno!”, rispose il marito e si rinchiuse nella piccola stanza che faceva da studio. Il moscone ronzava sopra alla sua testa. L’Arturi prese dalla libreria un piccolo manuale di diritto civile e cominciò a sfogliarlo convulsamente. Divorzio, l’unica possibilità era il divorzio. Doveva farsi coraggio ed avviare un’azione legale. La becera poteva andare a farsi benedire. Il moscone planò sopra il suo braccio e si posò sulla mano. Con un rapido gesto, l’Arturi lo allontanò. “Non sono mica una merda!” recito folgorando l’insetto con lo sguardo.

Il giorno dopo, dopo aver dormito nella camera degli ospiti, lontano dalla moglie, che da qualche tempo si era messa anche a russare, Giovanni Arturi, fatta colazione, uscì di casa. Camminò fino in piazza Fontana accese il sigaro e si accomodò su una panchina.
Che fatica! povero vecchio che non sono altro. Mah! Se almeno la becera mi capisse, pensò ad alta voce, e scacciò una mosca dal naso.
“Ulivi, avvocato Ulivi!” gridò improvvisamente.
Scattò in piedi e corse incontro all’amico.
Come può mia moglie affermare che quello non è l’Ulivi? Tu e le tue certezze da quattro soldi… pensò.
“Ulivi, avvocato Ulivi!” gridò di nuovo.
Finalmente l’Ulivi si arrestò; era di spalle. L’impermeabile gli svolazzava sui fianchi e teneva le braccia strette sull’anca. L’Arturi lo raggiunse e fece per abbracciarlo, si arrestò… aveva ragione la becera: quell’uomo non era l’Ulivi. Quell’uomo era un barbone. Quell’uomo stava ritto, con il pene flaccido in mano, e faceva pipì.
L’Arturi tornò a casa, mise piede in salotto e fu investito da un urlo:
“Fermo, ché sto lavando il pavimento!”
Una mosca gli ronzò sulla testa e si posò sulla fronte.

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