Pubblicato da: Stefano Re | 15 dicembre 2009

Sulla Poesia (riflessioni a margine)

Quella di oggi non vuole essere una relazione, ma soltanto una riflessione a margine.
Voglio riflettere con voi su alcune tematiche che mi hanno provocato durante l’estate.
Ho parlato di provocazione e vi chiederei di soffermarvi sull’etimologia della parola:
pro-vocare, ossia chiamare fuori

Voglio rallentare il dettato fino ad esplodere il concetto appena richiamato. Qui non si tratta solamente di far emergere il sommerso, di tirare fuori, qui si tratta di ragionare sul vocare, sul chiamare, su quell’azione che implica due aspetti:

il flatus, ossia il soffio, quindi un elemento che richiama alla vita
e
il sonus, ossia il suono, il rumore, quindi ciò che colpisce l’orecchio

Non è mia intenzione discettare di filosofia, ma confrontarmi con voi sul concetto esteso di provocazione, quindi su ciò che da dentro, attraverso un soffio di vita, colpisce la nostra sensibilità.
E per chi fa poesia (letteratura) questo è un discorso che riguarda in prima persona.

Scriveva Beno Fignon in uno dei suoi aforismi:

Se il sangue non è acqua, la poesia è sangue blu.(Aforisma 4387)

Fare poesia significa fare qualcosa di molto serio.

Non si tratta di andare a capo come la redazione della lista della spesa.
Fare poesia (e mi ricollego all’etimologia) significa fare, inventare, ma inventare secondo l’etimologia inventus, ossia trovare, scoprire cercando. E se mi ricollegassi all’etimologia che abbiamo visto sopra, quella di provocare, dovremmo concludere che per fare poesia è necessario ascoltare, ossia fare attenzione a ciò che ci colpisce dal di dentro. A ciò che c’è!
La poesia è invenzione nel senso di portare alla luce ciò che c’è e che quindi colpisce la mia sensibilità. Ecco perché la poesia ha diverse sfaccettature, ha diversi modi di scrittura, può piacerci oppure no.
Ma il punto di partenza è ciò che c’è, è l’attenzione a ciò che c’è.

Fare poesia, essere poeti, è un’arte che si impara.

Certo, conta e conta moltissimo la predisposizione, che poi non è altro che la sensibilità a ciò che c’è, ma per fare poesia è necessario esercitarsi.
Se uno è predisposto per qualcosa, diventa fondamentale mettersi a disposizione di quella cosa, obbedire a quella predisposizione.
Uso la parola obbedire, perché l’etimologia ob-audire, sta per ascoltare molto.
Senza ascolto non c’è poesia.

Sull’ultimo numero di Poesia, l’uscita 242, laddove si parla dei poeti di ultima generazione, Il miele del silenzio. Giovani poeti italiani, chi redige l’articolo scrive di:
alta preparazione culturale.

In poesia resta necessaria la preparazione, lo studio, lo studio delle forme che possono esprimere sotto forma di arte ciò che sentiamo e che dal di dentro esonda per essere fissato nel tempo.
Ma essere preparati aiuta anche alla semplicità, che etimologicamente viene da sine plica, ossia senza pieghe. Ecco la vera semplicità.

E a proposito di questo, vi riporto una poesia di Adriano Napoli, riportata sul sopraccitato numero di Poesia alla pagina 63:

LE VOCI DEGLI STUDENTI

Come si somigliano le voci degli studenti
alle otto del mattino
quando suona la campana della scuola
e un vocio indistinto capitombola sfrenato
tra pareti non ancora sazie dei silenzi della notte.
Sembra di assistere a una sedizione (ndr. ribellione) di pirati
ad un fiume che tracima oltre l’insulsa bica (ndr. ammasso di cose)
del pensiero, nei meati (ndr. condotti) dove intatta ancòra
germina la forma della vita.

La semplicità è chiarezza, immediatezza, è dare al testo la giusta dimensione, il giusto peso. Quante poesie purtroppo sovrabbondano di parole inutili, di aggettivi buttati lì come si fa in prosa. Poesia e semplicità vanno a braccetto, devono andare a braccetto. Guai se non andassero a braccetto, ma qui si intende una semplicità che si basa sul necessario… nulla di più nulla di meno. Appunto, senza pieghe.
Abbiamo parlato anche di studio, che etimologicamente (e all’apparenza sorprende) sta per affrettarsi, essere veloci: studere in latino e speyd-ein in greco.
Ma perché sorprende solo all’apparenza?
Se ci soffermiamo un attimo e ragioniamo insieme, ci accorgiamo che l’azione dello studiare implica, si lega strettamente ad un metodo (etimologia: andar dietro per ricercare, hòdos sta per cammino) e quindi alla strada più veloce per raggiungere informazioni. Studiare significa avere metodo e quindi essere rapidi nell’apprendere.

La poesia vuole un metodo e questo si apprende, e questo ci permette di arrivare con semplicità, di comunicare.

All’inizio parlavo di flatus, di soffio vitale, di poesia come esperienza di vita. Senza l’attenzione alla realtà, senza un ascolto di ciò che c’è, come è possibile fare poesia? Ed è ancora l’etimologia (di attenzione) che chiude il cerchio, perché dentro la parola attenzione c’è l’attesa, il tendere a qualcosa.
E allora, e concludo, se vogliamo fare poesia è nell’animo che è necessario cambiare, e nel modo di porsi, nella tensione ad un dettato che colpisce la nostra sensibilità, che ci provoca, ossia che ci chiama ad un metodo.

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Responses

  1. ciao stefano, mi fa piacere ritrovarti su un blog, anche io sto cercando di farne uno mio che si occuperà di mamme creative.
    Sei sempre bravissimo a scrivere, ti leggo sempre volentieri, riesci ad esprimere concetti profondi con molta semplicità
    a presto
    Cla


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