Pubblicato da: Stefano Re | 3 ottobre 2018

E’ per colpa di una mano

Da un’idea (più di un’idea!) di mio figlio Lorenzo, torno ad una vecchia passione: l’horror. (S.R)

Finalmente un po’ d’acqua!

Dicevano così i vecchi del posto, per lo più agricoltori, che di anno in anno avevano visto scomparire le stagioni, come se Dio si divertisse a cambiare il corso della natura.

Erano passati già tre mesi senza che piovesse, un po’ troppo per l’arsura della terra.

Ora quelle nuvole nere come antracite avevano riversato acqua sulle strade e sulle campagne, ma data la violenza delle precipitazioni, molte rogge erano esondate creando diversi grattacapi.

– Come facciamo? Ci bagneremo tutti – disse Paolo all’amico che stava armeggiando con un ombrello mezzo rotto.

– Usciamo lo stesso – recitò Andrea senza pensarci. – Non possiamo fare altrimenti.

– Ma abbiamo soltanto quello stupido ombrello!

– Meglio di niente.

Andrea e Paolo si erano conosciuti in prima media, in una calda mattina di settembre e si erano seduti uno a fianco all’altro, mentre le professoresse enunciavano le solite raccomandazioni di inizio anno.

Da lì era stato un crescendo di rapporto, di intese e sguardi di sottecchi, di avventure sempre più al limite della legalità.

Si erano iscritti ad un liceo scientifico di Milano e nei minuti di intervallo avevano conosciuto Ajar, un ragazzo italiano con simpatie per l‘oriente.

– Ma qual è il tuo vero nome? – gli avevano chiesto un giorno.

– Matteo, ma preferisco Ajar.

Ajar frequentava con i genitori un tempio buddhista; gli avevano insegnato quanto fosse necessaria la purificazione dell’anima, ma finiti quegli incontri spirituali preferiva passare le ore in un parco a nord della città, dove aveva conosciuto spacciatori che l’avevano avviato ad un buon giro di vendite.

Ajar li aspettava all’ingresso del parco. Erano in ritardo, una cosa che faceva imbestialire il ragazzo.

– Eccovi finalmente. E’ l’ultima volta che vi aspetto così a lungo.

– Pioveva troppo – disse Paolo.

– La pazienza non è la via dell’ascesi? – chiese Andrea col sorriso sulle labbra.

Ajar gli lanciò un’occhiataccia e si avviò.

Dopo dieci minuti di cammino tra le piante del parco, con la pioggia che picchiava sulla pelle pungendo come fittissimi aghi, e l’acqua delle pozzanghere che schizzava sui pantaloni, i tre arrivarono ad un ponte di legno che scavalcava un fosso che con un balzo nemmeno troppo impegnativo si sarebbe potuto tranquillamente saltare.

– Aspettatemi qui.

Ajar si allontanò di qualche metro e tra gli arbusti di un cespuglio tirò fuori un sacchetto con alcune pasticche azzurrine. Ne prese una e la passò ad Andrea:

– Portatela dove vi ho detto. Alle diciotto vi voglio qui con i soldi.

– Quant’è la nostra percentuale? – domandò Paolo.

– Troppe domande. Venite stasera e lo vedrete.

Paolo fece una smorfia fin troppo eloquente, poi diede di gomito ad Andrea e si incamminò.

Fu l’ultima volta che videro Ajar.

Con la pasticca in tasca, Andrea sembrava più nervoso del solito.

– Sei troppo agitato, Andrea! – lo rimproverò l’amico. – Così ci beccano.

– Non sono agitato – disse prima di tirare un bel respiro. – è che vorrei provarla.

– Ma sei scemo?

– Sono stanco di portare avanti e indietro le pasticche per quell’imbecille di indiano.

– Sai benissimo che è l’unico modo per fare qualche soldino. E basta prenderla una volta per dare seguito alle altre.

Fecero alcuni passi senza dire una parola, poi Andrea si arrestò.

– Io la provo!

Prese la pasticca in mano e la infilò in bocca.

Cadde immediatamente all’indietro tenendosi il collo, mentre Paolo cercava di capire cosa stesse succedendo.

Andrea aveva gli occhi rivoltati e dalla bocca sembrava uscisse un unghia simile a quelle di una strega.

– Che succede?  – urlò Paolo.

Andrea non riusciva a parlare e dimenava le gambe come se fosse preso da una crisi epilettica.

– Cos’hai in bocca? – gridò.

Si sentì uno schiocco secco, come di ramo spezzato e dalla bocca di Andrea uscirono piccoli pezzetti di osso mandibolare.

La bocca di Andrea si accartocciò su se stessa come quella dei vecchi appena tolgono la dentiera.

Gli occhi gli si affossarono nelle cavità oculari mentre il naso si staccò di netto come se qualcuno l’avesse tagliato con una lama invisibile.

Dal quel che rimase della bocca, uscì una mano con dita affusolate e nodose; le unghie lunghe bisticciavano tra loro tenendo un ritmo secco come il suono di nacchere per una danza funebre; al posto del polso c’era una faccina di bambino appena nato, e al centro della faccia una bocca disgustosa che emetteva suoni e parole gutturali:

– Questo succede a chi si droga se ti prende la mano! – disse prima di emettere un ghigno infernale.

Paolo non riuscì a muoversi. Era terrorizzato.

La mano, che era grande come una scarpa,  accelerò come un ragno e tentò di avvolgere con le dita le caviglie di Paolo. Il ragazzo si ritrasse appena in tempo, ma un unghia riuscì a tagliarlo proprio a ridosso del tendine d’Achille.

Paolo urlò mentre un rimbombo spaventoso fece tremare la terra.

– Il terremoto! – gridò qualcuno.

In effetti la terrà si aprì e la mano vi si gettò nelle viscere. Prima di scomparire del tutto urlò:

– Ricordati: la droga distrugge tutto quello che incontra, ma chi uccide realmente è la mano che vende!

Quindi la terra si richiuse; restò solamente il battito stentoreo della pioggia.

di Stefano Re

Annunci
Pubblicato da: Stefano Re | 2 agosto 2018

Intervista a Roberto Pezzini – Cantautore

Foto Rob

Ciao Roberto. Spiegaci velocemente chi sei

Sono un cantautore di 39 anni originario di Vigano Certosino (Gaggiano).  Da 9 anni vivo sui colli umbri, a Gubbio.
A marzo è uscito il mio primo album “Sostrano”. Potete trovarlo su tutte le piattaforme digitali e in streaming.
La copia fisica del cd è disponibile su richiesta scrivendo alla mail robipezzi@yahoo.com

Quando hai cominciato a scrivere canzoni e perché?

Ho scritto la prima canzone a quattordici anni.
Ero un ragazzo timido, malinconico, chiuso, pieno di insicurezze e paure. Ho cominciato a scrivere canzoni perché così potevo raccontare le cose che sentivo, e siccome ero nel periodo adolescenziale, erano principalmente tristi.

Quanto, dei luoghi vissuti, c’è nelle tue canzoni?

Non credo molto. Cioè, si può dire che forse entrano indirettamente. Nel senso che magari una canzone è nata in un luogo particolare che mi ha influenzato, ma poi non è che nel brano abbia parlato per forza di quel luogo.
Non è una regola fissa, però. Quindi…

C’è qualcosa che ti distingue dagli altri cantautori?

A livello artistico non mi interessa molto. O meglio, lascio che siano gli altri a dirmelo. Io se mi metto a pensare a cosa mi distingue dagli altri va a finire che poi mi sento superiore. Oppure il contrario. E questa cosa non mi piace e non mi fa bene.
Il paragonarsi in generale per me non è sano. Voler emulare, discostarsi… Sono tutti pensieri che non mi aiutano, che mi portano fuori da me.
Io non cerco né di assomigliare a qualcuno, né di distinguermi. L’unica cosa che per me ha senso fare è cercare di essere aderente a quello che sono e che sento. Ed è un percorso senza fine, perché lo spirito è tale: senza fine.

Quali obiettivi persegui?

Se ti rispondo in maniera semplicistica, ti dico che il mio obiettivo è vivere di musica.
Se invece vogliamo entrare un po’ più nel dettaglio… sí, ok, voglio vivere di musica, ma in realtà quello che mi piacerebbe molto è che la mia musica serva, che sia un canale, che abbia una funzione o che sia d’aiuto per chi l’ascolti.
Non so poi che tipo di aiuto ci possa essere quando canto “mi sa che la tua ragazza è una puttana”, ma a volte ci può anche stare che uno si faccia anche una risata, no?
Comunque, vogliamo dirla tutta? Mi sto rivolgendo a Dio perché spero che sia lui a guidare il mio progetto. In che modo? Ancora non lo so, ma lo sto cercando.

Sostrano è un disco di denuncia ma sempre positivo… condividi questa lettura?

La positività la puoi sentire forse nella melodia, o nel modo che ho di esporre un concetto. Ma in questo caso la positività è un mezzo, che serve a fare capire meglio quello che ti voglio dire, in maniera più chiara. Se ti dico che il mondo in cui viviamo è uno schifo, che ci sono un sacco di cose che non vanno, e te lo dico in maniera triste, pesante e pessimistica, il messaggio ti arriva in un certo modo. Se invece te lo comunico in un modo più “leggero”, il significato rimane quello, ma il messaggio ti arriva meglio. O almeno credo.

In una canzone dici che l’unica sostanza (utile) è la speranza. Cosa intendi?

In realtà dico “non esiste sostanza sostituibile con la speranza”.
È una frase contenuta nel mio singolo “Meglio le scimmie con le banane” (trovate il video su YouTube, n.d.r.). Nella canzone questo verso si riferisce all’abuso di sostanze stupefacenti, che spesso è legato alla mancanza di strumenti per vivere una vita in pienezza. “Non mi sento”, “Non mi riesco a divertire”, “Voglio provare altre sensazioni”, “Vedo tutto nero”, “Non vedo un futuro”, quindi mi drogo. Come via di fuga.
Ovviamente questi sono solo esempi. Non è detto che sia sempre così. Ma purtroppo ci sono delle persone che, private della speranza della vita che avrebbero desiderato, si sono lasciate andare.
Ma la soluzione non sta lì.

Questo è un album spirituale, cos’è per te questa religiosità?

Sono contento che emerga!
Qui però si aprirebbe un discorso lunghissimo…ma se devo risponderti in due righe ti posso dire che l’essere umano è come prima cosa uno spirito immortale e divino. È un dato. E nella mia vita questa questione è una responsabilità e un’urgenza su cui indagare a fondo.

Hai la capacità di essere semplice ma mai banale… cosa ti aiuta in questo?

Niente. Sono così.
Ed oltre ad essere così, faccio anche in modo di essere così. Pensare in modo semplice. Che paradossalmente invece è difficile, per come siamo abituati a perderci in mille paranoie.
E poi l’essere banali secondo me non ha niente a che fare con l’essere semplici.
La banalità ha a che fare con la superficialità, l’omologazione, l’assenza di curiosità… La semplicità ha che fare con la purezza, la comprensione, la leggerezza, ecc… stiamo parlando di due cose che stanno su piani differenti.
Che so, per esempio, guarda un bambino che gioca: non fa cose complesse, difficili, articolate… fa cose semplici. Ma la magia che hanno le cose che fa, è grande. Lì non c’è banalità.

Hai fatto più fatica a scrivere i testi o le musiche delle canzoni?

Testi e musica molto spesso viaggiano paralleli, nel mio processo creativo.
E “fatica” non è la parola adatta a descrivere quello che sento in quel momento. Che so, mi è capitato di trovarmi in difficoltà qualche volta nella ricerca della giusta soluzione melodica e di senso nella costruzione di una canzone, riprovandola anche centinaia di volte, ma non ho provato fatica a fare quello, perché è quello che mi piace fare. Quindi: no alla “fatica” nello scrivere i testi e le musiche!
Sembra uno slogan per una televendita

Come è il mondo della canzone?

Come tu lo crei
Roberto sta vivendo un buon momento musicale, ma dietro questo momento ci sono  fatica e  voglia di arrivare, studio e applicazione. Ecco i suoi ultimi risultati:

– Vincitore del “Concorso Musicale Internazionale Crisalide 2015”

– Vincitore del Premio Miglior Testo al “Limatola Festival – Voci Emergenti 2016”, conferito da All Music Italia

– Vincitore del premio speciale Prisma al “Limatola Festival – Voci Emergenti 2016”

– Vincitore del Premio Radiofonico al “Festival dell’Adriatico 2018 – Premio Alex Baroni”

– Primo Premio al “Concorso canoro nazionale Musica è 2018” (categoria Over 36)

– Vincitore del premio Miglior testo al “Sottotoni 2015”

– Secondo Classificato al “Concorso canoro nazionale Musica è 2015”
– Secondo Classificato al “Verona Pop Festival 2015 – Concorso canoro per autori e interpreti”

– Secondo Classificato al “Festival Voci D’oro 2015 – Concorso canoro nazionale”

– Terzo classificato al “San Jorio Festival 2016”- Finalista al “Premio Inedito – Colline di Torino 2018”

– Finalista al “Premio Valentina Giovagnini 2015 – Concorso canoro nazionale per voci nuove”

– Finalista al “Festival musicale nazionale La Chance 2015”

– Finalista al “San Jorio Festival 2015”

– Finalista al “Festival nazionale del Caffè Concerto 2015”

– Finalista al “Premio Lucio Dalla 2015”

– Finalista al “Festival Music Week 2015 – Concorso della canzone d’autore”

– Semifinalista al “VideoFestival Live 2018”

– Semifinalista al “Premio Valentina Giovagnini 2016 – Concorso canoro nazionale per voci nuove”

– Semifinalista al “Varigotti Festival 2015 – Premio nazionale per la canzone d’autore emergente”

– Semifinalista al “Premio nazionale musica d’autore – Cantautori Bitonto Suite 2014”

– Semifinalista al “VideoFestival Live 2015”

– Semifinalista al “Musica Controcorrente 2015 – Concorso nazionale della canzone d’autore”

– Semifinalista al “Il MusicAle 2014”

– Semifinalista al “Botticino Music Festival 2014 – Concorso nazionale per cantautori ed interpreti di brani originali”

(a cura di Stefano Re)

 

Pubblicato da: Stefano Re | 2 agosto 2018

Sostrano, l’album di Roberto Pezzini

Finalmente sono riuscito ad ascoltare l’album SOSTRANO di Roberto Pezzini. L’ho ascoltato con interesse e curiosità e l’ho fatto per due motivi: il primo perché è l’ultimo lavoro di un mio compaesano, e questo dimostra la forza creativa di un paese come Vigano Certosino; e poi perché mi aveva colpito il brano di lancio: “Meglio le scimmie con le banane”, brano che mi era sembrato ben costruito e con un testo mai banale. Ovviamente non entro nel merito musicale, anche perché non ne ho le competenze; mi soffermo sui testi, almeno su questo penso di poter dire la mia. Roberto ha la grande capacità di giocare con le parole, di utilizzare una lingua semplice ma efficace, di dare vita ai termini che utilizza. Ci sono rime che si aprono a più livelli semantici e che sfuggono spesso al rischio della banalità. I testi sono riflessivi, ma universali, partono dall’esperienza del quotidiano, quasi rifiutando la straordinarietà, per poi svoltare verso una straordinarietà del quotidiano. “Sostrano” non è un titolo banale; qui non c’è quella immatura presunzione di essere diverso, c’è piuttosto la volontà di esaltare l’unicità e la personalità del singolo contro l’omologazione che schiaccia e ci riduce a burattini che cercano soltanto il riconoscimento della massa, trasformando l’umano in un prodotto globale e consumistico. Roberto Pezzini si spoglia e chiede all’ascoltatore di spogliarsi a sua volta per riscoprire l’autenticità . I testi assumono registri differenti, a volte evocativi e struggenti (La cartolina), altre volte riflessivi, altre volte aggressivi, ma di una aggressività mai volgare o pessimistica. Si parla di speranza in questo album! Si evoca una positività mai cieca, una positività che il mondo stesso ricerca. Ascoltate l’album… ne vale la pena.
Sostrano

 

Pubblicato da: Stefano Re | 3 giugno 2018

Promemoria

Questo mio racconto è stato pubblicato sul blog del Caffè Letterario. (S.Re)

Lo chiamavano Promemoria, perché girava tra le vie del paese per ricordare a tutti cosa si dovesse fare. “Bisogna fare questo” diceva a tutti, mentre lui si limitava a fare il minimo necessario, perché a fare il resto, gli sembrava di fare lo schiavo.

Gli altri lo guardavano e facevano sì con la testa, anche se poi domandavano chi dovesse farlo, e nel dubbio lo facevano loro. Così Promemoria acquisì ufficialmente il suo soprannome, e la fama di chi in fondo non faceva nulla se non l’ordinario. “Povero me!”, diceva al volgere della sera. “Non ho un attimo di tregua. Non mi fermo neppure a mangiare, e tutti pretendono che faccia io quello che devono fare loro!”. Come se fosse normale decidere i compiti degli altri. Così piano piano creò la distanza con gli altri paesani, che cominciarono ad essere stanchi di quell’atteggiamento.

“Senti Promemoria, ma anziché dire sempre quello che c’è da fare, non sarebbe meglio che ci aiutassi a farlo?”

“Ma non ti vergogni di dirmi così? Io vi avviso di tutto e tu hai il coraggio di dirmi questo? Vergogna… come se non facessi niente!”

“Non dico che tu non faccia niente, in fondo fai benissimo l’ordinario, ma è lo straordinario che non ti si attacca alla pelle! Lo dici, ma poi non batti ciglia.”

Ma la conversazione finiva lì, perché chi ha mille scuse per non fare una cosa, si arrabatta solo per convincere gli altri a farla.

E un bel giorno in paese arrivò una splendida persona, giovane e propositiva, uno straniero, con un’idea sempre nuova per quello che faceva.

“Come ti chiami?”, gli chiesero.

“Problem Solving”

Solving cominciò a frequentare più gente possibile e insegnò modi nuovi per fare le cose. Insegnò tecniche vincenti per ricordarsi gli impegni e in breve tempo tutti si dimenticarono di Promemoria.

“Bisogna fare questo!” disse un giorno, quasi disperato e vittima dei suoi atteggiamenti.

“Già fatto” disse uno che gli passava di lato. “Ci vuole Problem Solving, se vuoi te lo presento”.

Ma Promemoria abbassò il capo e farfugliò qualcosa… dicono fosse la sua ultima lamentela.

(di Stefano Re)

Pubblicato da: Stefano Re | 3 giugno 2018

Promemoria

Un mio breve racconto su IL CAFFÈ LETTERARIO. (S.R.)

https://bistrotapigalle.wordpress.com/2018/06/03/promemoria/

Pubblicato da: Stefano Re | 1 aprile 2018

Per passione

Venerdì pomeriggio.

“E’ morto?”

“Sì”

“Ma come è successo? L’ho visto l’altra settimana e stava bene…”

“L’hanno ammazzato”

“Ma se era un uomo buono…”

“Mica devi essere un uomo cattivo per morire…”

“Certo, ma ammazzato… Come è morto?”

“In croce!”

“In croce?”

“Sì.”

“Che delusione… Dicevano fosse il liberatore”

“Magari lo era…”

“Non ho mail visto un liberatore morire in croce come un ladro qualsiasi”

“Non sappiamo cosa sia andato storto”.

“Ascolta, diceva di essere il figlio di dio… E poi muori su una croce di legno? Oro incenso e mirra e poi chiodi arrugginiti?”

“In effetti fa pensare…”

“Ci hanno preso in giro; come sempre succede. Tante promesse e poi la solita solfa… nulla di nuovo”

“Eppure questo sembrava diverso”.

“Diverso da cosa?”

“Diverso… Senti un attimo: ma come muore un liberatore?”

“Beh, non lo so. Comunque muore dopo che ha liberato.”

“Ma da cosa ci doveva liberare?”

“Dalla schiavitù di questi bastardi!”

“Però lui non l’ha mai detto. L’abbiamo immaginato noi…”

“E allora da cosa ci avrebbe dovuto liberare?”

“Non lo so… è questo il punto.”

 

Domenica mattina presto.

“E’ vivo!”

“Ma chi?”

“Il liberatore… Quello che è morto in croce…”

“Vivo?”

“Vivissimo. L’hanno visto. Ci sono le prove…”

“Allora non era morto. Mica può risorgere così come un dio…”

“Era morto, era morto!”

“E perché ne sei così certo?”

“Perché la guardia gli ha tirato una lancia per essere sicuro che fosse morto!”.

“Comunque c’è qualcosa di strano… è come se avesse vinto sulla morte.”

“Sembra…”

“Resta il fatto che non è un liberatore. Forse è un posseduto come dicevano”.

“Cioè?”

“Intendo che forse è un diavolo… o uno posseduto dal diavolo.”

“Forse è uno che ha fatto la sua vita come meglio gli è riuscito…”

“Ma ha fatto proseliti”

“Ma non l’ha mai voluto espressamente…”

“Come no; continuava a dire di seguirlo…”

“Di seguire suo padre…”

“Sì, ma chi era suo padre?”

“Un falegname. Un certo Giuseppe”

“è tutto molto strano…”

“Sai qual è la cosa più strana?”

“Dimmi”

“ è strano che ha deluso tutti, che è morto come un ladro, che non ha liberato nessuno, ma tutti comunque ne parlano”

“Sì, su questo hai ragione.”

“Secondo me era un profeta”

“Mah, può darsi. Però che tutti ne parlano è davvero strano…”

 

Un anno dopo

“Ti ricordi di quel tale che è morto in croce? Quel liberatore…”

“E chi lo dimentica…”

“Ne parlano ancora tutti… Che strano!”

(di Stefano Re)

Pubblicato da: Stefano Re | 4 marzo 2018

Io lo chiamerei amore

– Cos’è? – chiese al nonno senza nemmeno salutarlo.

– Un secchio.

– E dentro cosa c’è?

– Nulla – rispose il nonno.

– Riempiamolo, allora – disse il nipotino.

– E di cosa lo riempiamo?

– Di quello che vogliamo. Potremmo scavare una buca e buttarci dentro la terra.

– Ottima idea – disse il nonno.

Presero due badili, uno grande e uno piccolo e buttarono la terra nel secchio.

– Basta nonno. è pieno.

– Già – disse il nonno. – Ora cosa facciamo?

– Nulla, non ci sta più niente. Al massimo possiamo svuotarlo.

– Lo svuotiamo? – chiese il nonno.

– Se lo svuotiamo, avremo  fatto un lavoro inutile.

– Certo. Ma se lasciamo la terra nel secchio, il secchio non servirà più a nulla.

– Hai ragione nonno. Quindi cosa facciamo?

– Io lo svuoterei. In fondo un secchio serve per essere riempito e svuotato.

– Allora svuotiamolo.

Il nipote rovesciò il secchio e fece cadere la terra.

– Potevamo svuotarlo nella buca, così non lasciavamo il buco nel terreno – disse il nonno.

– Giusto, non ci ho pensato. Allora riempiamo di nuovo il secchio e quando lo svuotiamo, lo facciamo nella buca.

Alla fine il secchio era vuoto e la buca riempita.

– Almeno ci siamo divertiti – disse il nipote.

– Vero.

– Possiamo dire di aver fatto un bel gioco.

– Certo – rispose il nonno.

– Solo che questo gioco non ha un nome.

– Sicuro? – domandò il nonno.

– Tu hai un nome per questo gioco?

– Io lo chiamerei amore.

– Amore? – domandò il nipote affascinato ma perplesso.

– Non ti piace? – domandò il nonno.

– Mah.

– In effetti…

– Quindi come lo chiamiamo?

– Non saprei – disse il nonno. – Facciamo che non lo chiamiamo.

Il nipote fece sì con la testa.

Il nonno gli accarezzò la guancia e disse che si era fatto tardi. Forse la nonna aveva già preparato il pranzo.

– Però questo gioco del secchio mi è piaciuto – aggiunse d’improvviso il bambino.

– Un po’ ripetitivo, non credi? – disse il nonno.

– Vero – rispose il bambino. – Pensa però a quanto è utile un secchio! Lo riempi e lo svuoti, ma se non ci fosse mancherebbe qualcosa.

– E sai cos’è la cosa buffa? – domandò il nonno.

– Sì – disse il bambino – La cosa buffa è che un secchio pieno è un secchio inutile – e sorrise.

– Un po’ come noi quando ci riempiamo di noi stessi.

E mano nella mano rientrarono in casa.

(di Stefano Re)

Pubblicato da: Stefano Re | 13 gennaio 2018

Pensiero 67

Il moralista insegna agli altri quello che ignora di sé stesso. (S. Re)

Pubblicato da: Stefano Re | 22 dicembre 2017

L’omicidio

Fu condannato al 41 bis insieme ai boss delle mafie. In via definitiva. Per colpa di un giudice ormai prossimo alla pensione. Udienza conclusa, applausi e pacche sulle spalle del giudice. Lui con le manette che gli stringevano i polsi e gli astanti liberi di battere le mani come se fossero alla prima della Scala. Eppure non aveva fatto nulla di male, se non difendere un bambino dal tradimento più grande. Comunque era rimasto solo, anche l’avvocato se ne era andato. Appena letta la sentenza anche il legale aveva applaudito, un tradimento come non se ne vedevano dai tempi di Gesù Cristo. Spensero le luci nell’aula e lo condussero in cella, solo come un cane e con un secondino a guardarlo dalla grata e a muovere la testa sconsolato. Non per pietà, almeno non credo. Dopo qualche giorno è passato il cappellano, gli ha chiesto chi fosse, l’ha guardato dalla grata, ha sbuffato e ha fatto il segno della croce. Ti siano assolti i peccati, ha detto con un filo di voce, come se qualcuno potesse sentirlo. Il secondino ha scosso la testa, lo fanno tutti lì dentro, e poi ha alzato l’indice come ad intimargli qualcosa. Cosa? ha chiesto lui mentre il cappellano si allontanava, ma la guardia ha voltato la faccia dall’altra parte e se ne è andata. Il problema è che la cella non ha finestre, manca la luce. La cella ha quattro muri che fanno da perimetro, una porta in ferro e una grata da cui penetra una luce fioca rubata alle lampade del corridoio. Gli passano la cena dalla grata, tutto in barattoli di plastica. Non si mangia male, solo che lo cibano solamente di pappe per neonati, semolino, frutta sciroppata e insalata in sacchetti minuscoli. Olio, sale e aceto sono mescolati in un piccolo contenitore di ferro, tanto che spesso gli sembra di condire gli alimenti con la ruggine. Vedrai che presto sarai svezzato, così gli ha detto una guardia pensando di fare una battuta divertente. Ha chiesto una birra e gli hanno detto di no. Beve l’acqua del rubinetto che il secondino fa scendere dal bagno di servizio. Anch’essa in un barattolo di plastica. Sei un tipo pericoloso, accontentati, gli ha detto il direttore del carcere dopo una brevissima visita. Ha persino richiesto un incontro con un radicale, visto che hanno a cuore le disavventure dei disgraziati, ma gli hanno risposto che nessun radicale è disponibile. Ci sono le elezioni e sono tutti impegnati, gli hanno detto per placare la sua insistenza. Ovviamente non ha l’ora d’aria, e nemmeno una dama di compagnia come avviene spesso per i mafiosi. Deve stare lì dentro, rinchiuso come un cane, ogni tanto guarda la televisione e si sintonizza sempre su Striscia la Notizia, sperando che il buon Edoardo Stoppa possa fare un servizio su di lui e sul suo maltrattamento. Non è un cane di razza, certo, ma nemmeno un disgraziato da trattare in questo modo. Non avrà doveri, nel senso che chiuso là dentro è difficile averne, ma non ha nemmeno diritti, nemmeno quel minimo di diritti che riservano ai boss delle mafie. Forse era meglio sparare a qualcuno o buttarsi in traffici illeciti ed internazionali. Tu sai perché ti trovi qui dentro? gli ha chiesto un secondino, l’unico che non scuote la testa come gli altri. No, ha risposto. No? ha domandato lui enfatizzando il punto di domanda come fanno i bambini quando cominciano a leggere. Dovresti saperlo! ha aggiunto accentuando il punto esclamativo. Ma io non lo so davvero, ha risposto con la flemma di Gandhi. Sei stato tu o no ad uccidere Babbo Natale? Certo che sono stato io, ha risposto. E allora ti meriti il 41 bis. Fine della discussione. Ma io ho ucciso il tradimento, non Babbo Natale, ha aggiunto. La cosa strana è che nessuno gli ha chiesto il motivo che l’ha spinto all’omicidio. Nemmeno il giudice, e che viva sereno la sua fottuta pensione!, gli ha chiesto ragioni. Nessuno ha voluto sentirlo, hanno giudicato senza considerare nulla. Se solo qualcuno gli avesse domandato qualcosa, sicuramente non sarebbe finito in un carcere di massima sicurezza. è tornato anche il prete, quello dell’assoluzione rapida, e gli ha chiesto se volesse confessarsi. Ha risposto sì, giusto per scambiare due parole con qualcuno, e nemmeno in quell’occasione gli ha chiesto come mai l’avesse fatto. Gli ha chiesto lui perché non gli la facesse quella benedetta domanda e il prete ha risposto che a Dio non interessano le questioni pagane. E se avessi ucciso Gesù Bambino? Gli ha risposto che l’avevano già ammazzato i Giudei. Sì, ha risposto lui, ma l’hanno fatto quando aveva più di trent’anni, nessuno che l’avesse ucciso da bambino. E perché l’avresti dovuto uccidere tu? Per lo stesso motivo per cui ho fatto fuori quel barbone di Babbo Natale. A quel punto si aspettava la domanda e invece il prete ha fatto il segno di croce e l’ha assolto. Ma si rendono conto di quanta sofferenza c’è nelle famiglie quando i bambini scoprono che non è Babbo Natale a portare i regali? Chi pensa a quei poveri genitori? Lui. Solo lui ci ha pensato. Ricorda benissimo quella sera. Sentiva le urla del vicino di casa, un bimbo di nove anni a cui avevano appena detto che Babbo Natale non esiste. Gli avevano anche detto che Babbo Natale era il nonno travestito. I genitori cercavano di calmarlo, mentre il bimbo urlava e gridava loro tutta la sua rabbia. Così lui ha preso l’iniziativa. Si è intrufolato nella casa del bambino, ha aspettato nascosto dietro l’albero di natale e quando è apparso il nonno vestito di rosso gli ha intimato di alzare le mani e di non fare scherzi. Babbo Natale era basito. Anziché spaventarsi gli ha domandato cosa ci facesse lì. Ha risposto che non era corretto prendere in giro i bambini. Babbo Natale ha affermato che la sua era una semplice tradizione di famiglia e che nessuno prendeva in giro nessuno, semmai era un modo divertente per far felice il nipote. Era troppo. Che lo chiedesse al bambino se fosse davvero così felice! Tutti l’avevano tradito. L’avevano tradito i genitori, i fratelli maggiori, le maestre, le catechiste e persino la televisione con tutti quei panettoni che facevano da cuscino al culo di Babbo Natale. Ma non poteva calarsi con calma da quel fottutissimo camino? E poi che tradizione del cavolo era trovare i regali in casa e dire che li ha portati un uomo vestito di rosso? Cosa cambierebbe se i bambini sapessero che i doni glieli portano i genitori? Così gli ha messo le mani al collo e l’ha soffocato. Il nonno ha rantolato un poco ed è crollato sul pavimento. Soffocato come una candelina di compleanno. Quindi ha chiamato i carabinieri e ha denunciato l’assassinio. Fine della discussione. Fine della sua libertà. 41 bis.

Ora però comincia a stancarsi di stare rinchiuso lì dentro, fermo in pochi metri quadrati. E fra poco è il terzo natale che l’hanno imprigionato. Sono le undici della sera e fra un’ora è il 25 dicembre. C’è un silenzio tombale. Sa per certo che qualche secondino si scambierà gli auguri nella sala delle visite e qualche mafioso riceverà una cena come si deve, mentre lui attenderà la mezzanotte per poi coricarsi e dormire fino a domattina. Va beh, forse è meglio dormire già adesso.

Che strano rumore. Chi è? Secondino! (sta gridando per farsi sentire). Ehi, ma chi sei? Forse è meglio che non mi tocchi. Chi ti ha fatto entrare? No, non ci posso credere. Ma sei tu? Il Babbo Natale che ho soffocato? Ma non eri morto? Rispondi dai, non scuotere la testa come tutti gli altri? Cosa? Ma non puoi alzare la voce? Non sei morto? E allora che ci faccio qui? Certo, sarò anche un pollo, ma tu sei pazzo! Cosa? Ho ucciso il nonno e tu sei il vero babbo natale? Come posso crederti? Ma hai ragione, non sei di carne e ossa…  Allora esisti!  Beh, potevi dirlo prima, allora. Va bene, ho sbagliato, ho ucciso un innocente, ma io volevo fare la cosa più giusta. Beh su questo hai ragione. Sì è vero, ci pensa già la vita a rompere la magia dei giorni… lasciamola almeno ai bambini… Certo, lasciamogli anche i  nonni. Giuro che non ne ammazzo più. D’accordo, d’accordo, tanto per me Natale è una magia che è già passata.

 

di Stefano Re

Pubblicato da: Stefano Re | 16 dicembre 2017

Regala il mio libro a un bambino 

Solo un bel libro apre la mente ai bambini. Molti genitori e nonni ci hanno già pensato. E tu? Apri le menti oggi, perché domani è un altro giorno.

Older Posts »

Categorie