Pubblicato da: Stefano Re | 6 ottobre 2017

“Mamma mia, ho incontrato Poesia”

Il nuovo romanzo in uscita il 10 ottobre.

Finalmente un romanzo che parla di poesia ai bambini.

Ordinalo su C1V Edizioni

Mamma mia, ho incontrato Poesia

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Pubblicato da: Stefano Re | 24 luglio 2017

Nuovo romanzo

Dal 10 ottobre 2017

Pubblicato da: Stefano Re | 24 luglio 2017

Una mia poesia

Se fossi l’albero
quello del giardino di fronte
sarei fronda
parlante.
Invece
sono arbusto
e vivo di silenzi
come acqua piovana
perché le parole mi sbattono sui denti
e poi si perdono
nel magma dell’interpretazione.
Temo le parole
come quel vento che sfonda
le fronde
e fa tempesta.
Non c’è abbastanza parola
per essere presenti.

Stefano Re

2017-07-21 16.19.34

Pubblicato da: Stefano Re | 13 luglio 2017

Filastrocca del tempo

Filastrocca del tempo

Pubblicato da: Stefano Re | 29 marzo 2017

A Roma con IL SOLE NEL BAULETTO

Invito gli amici di Roma o chi passasse di là, il 7 e 8 aprile, all’Ergife Palace Hotel, via Aurelia 619. Sarò a Roma venerdì pomeriggio e sabato mattina, e presenterò il mio libro IL SOLE NEL BAULETTO sabato mattina alle 10.30.7 e 8 aprile2016-08-25-16.19.50.jpg.jpg

Pubblicato da: Stefano Re | 1 marzo 2017

L’usciere senza i

Quando la maestra chiese agli alunni quale fosse il lavoro dei genitori, i bambini cominciarono ad alzare la mano per rispondere. Qualcuno gridò, mentre altri si alzarono in piedi nel tentativo d’essere i primi a parlare.
Ma la maestra zittì tutti con un colpo di tosse e un indice che fendeva l’aria segnando un preciso no. Poi disse:

“Me lo dovete scrivere!”

Così i bambini tirarono fuori il quaderno a righe con i margini ben marcati e scrissero in rosso la domanda: quale lavoro svolgono i tuoi genitori?

La risposta, perché così voleva la maestra, fu scritta in blu.

“Prima il lavoro della mamma o prima quello del papà?” domandò una bambina con una treccia lunga fino a metà schiena.

“Scrivete prima quello che preferite”.

Così i bambini cominciarono a scrivere; chi l’ingegnere, chi l’insegnante, chi l’idraulico, chi la maestra, chi l’infermiera, uno scrisse addirittura che la mamma faceva l’astronauta.

Un bambino con i capelli corti e la cresta ben ingellata, scrisse che il papà faceva l’uscere, ma lo scrisse senza “i”, così che la maestra quando corresse il compito fece un bel segnaccio con la matita rossa e aggiunse una grottesca “i” proprio sopra il mestiere del papà.

E siccome quel signore faceva l’usciere in quella scuola, la maestra informò immediatamente la preside.

“Abbiamo un usciere senza “i”?” domandò la preside sperando di aver capito male.

“Così ha scritto il figlio” rispose prontamente la maestra.

“Allora abbiamo un usciere fuori norma. Sia quindi sospeso dal servizio! Non si è mai visto un usciere cui scappano le “i”.

L’usciere, che poi era un bidello assunto per controllare che non scappasse alcun bambino dalla scuola, cercò di difendersi.

“Ma cosa ho fatto di male?” chiese a sua discolpa. “Rimproverate piuttosto mio figlio”.

“Nulla di male” disse la preside, “ma se a suo figlio è scappata la “i”, a lei che è persino più grande, cosa mai potrà scappare? Forse un bambino da sotto il naso? Dica a suo figlio di aggiungere la “i”, così almeno sarà un usciere a norma e potrà tornare di nuovo a lavorare con noi”.

di Stefano Re

Pubblicato da: Stefano Re | 13 agosto 2016

Una nuova conta

​Suvvia maestre, un po’ di coraggio!

Lanciamo insieme questa nuova conta.

(Ringrazio mia figlia Valentina per la preziosa consulenza).
Uno come nessuno

Due come gli occhi del bue

Tre come me e come te

Quattro come le zampe del gatto

Cinque come chi parla più lingue

Sei se lo fa, lo fa lei

Sette come torta fatta a fette

Otto come i salti di un leprotto

Nove com’è triste quando piove

Dieci esci tu ch’io resto in piedi.
di Stefano Re

Pubblicato da: Stefano Re | 2 luglio 2016

Tanto va la gatta al lardo

“Ricordati: tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino.”

“E che ci va a fare al lardo?”

“Non ti preoccupare di cosa ci vada a fare al lardo, preoccupati se ci lasci lo zampino.”

“Ma che zampino… io al lardo non ci vado!”

“Non tu, la gatta. Dico: se fai come la gatta che va al lardo, occhio che ci lasci lo zampino.”

“Ma se al lardo non ci vado, come ci posso lasciare lo zampino?”

“Senti: tu quella cosa non farla. Stacci al largo, così non ti accade nulla.”

“Al largo, ecco. Tanto va la gatta al largo che ci lascia lo zampino.”

“Ma che dici? Non è largo, è lardo.”

“Va che ti sbagli. Infatti se la gatta va al largo, annega e quindi ci lascia lo zampino.”

“Ma la gatta non deve annegare. Se va al lardo, ci lascia lo zampino.”

“E con me che c’entra?”

“Non c’entra nulla. Dico solo di fare attenzione.”

“Senti un po’… non devo fare niente di male. Devo solo entrare in tabaccheria, minacciare il tabaccaio, prendergli i soldi e scappare.”

“Vedi che ci lasci lo zampino?”

“A oh, basta con sto zampino! M’hai rotto tu lo zampino!”

“Io ti dico di lasciar perdere…”

“Tu porti sfiga. Sì, una iella grande così.”

“E tu rischi di fare la fine della gatta”

“Ma che c’entra la gatta con me? E poi, che c’entra il lardo con lo zampino?”

“C’entra, c’entra! Un tempo i macellai tagliavano il lardo con la mezzaluna ed erano così rapidi nei movimenti che spesso qualche gatta sprovveduta finiva per perderci la zampa.”

“Allora ti preoccupi per me, non per la gatta…”

“E che avevi capito, la gatta ci lasci pure lo zampino, ma tu no. Tu non lasciarci la vita, stanne lontano. Non vale la pena rubare per pochi spiccioli.”

“Ah la solita moralista…”

“E ti dico anche di non fare il furbo. Non è che quando me ne vado, tu corri dal tabaccaio?”

“Ah ah ah… quando la gatta non c’è i topi ballano. Si dice mica così?”

“Si dice così! Ma non ti azzardare…”

“Perché altrimenti?”

“Altrimenti non so, potrei staccarti le palle degli occhi con la sola forza del pensiero.”

“Ma da quando sei così aggressiva?”

“Da quando ti ha dato di volta il cervello.”

“E quando mi ha dato di volta il cervello?”

“Quando ti sei messo in testa la storia della tabaccheria.”

“Oh sta tabaccheria. Solo pochi spiccioli. Entro minaccio rubo e fuggo.”

“Ma non puoi cercarti un lavoro?”

“Dimmi dove cercarlo. C’è più disoccupazione che mignotte sulle strade.”

“Lascia stare le mignotte, poverine.”

“Poverine?”

“Almeno non rubano!”

“E le tasse le pagano?”

“Ma se sono sfruttate , che diavolo devono pagare?”

“E io non sono sfruttato? Lo Stato pretende le tasse e non mi dà il lavoro.”

“E quindi è lecito rubare al tabaccaio?”

“Tanto ha i valori bollati… è l’unico modo per rubare allo Stato.”

“Beh, tu non farlo! Mai! Sai che ti controllo…”

“Ah sta storia dei topi che ballano quando non c’è il gatto…”

“So come sei. So che sei un topo raffinato, ma ingenuo.”

“E tu sei una gatta con le unghiacce.”

“Sono tua madre!”

“Ma non hai potere su di me.”

“Ricorda: sono tua madre!”

“Ma ho trent’anni. Lasciami in pace.”

“Lasciarti in pace vuol dire rubare?”

“Vuol dire che posso anche rubare!”

“Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino. Ricordatelo!”

“Che palle ‘sti proverbi. Era meglio che non ti dicessi nulla.”

“Le bugie hanno le gambe corte… e  a tua madre non sfuggi”

“Le bugie saranno anche nani con le zampette, ma non sempre la verità viene a galla!”

“Le bugie a tua madre non le devi raccontare. Punto e basta.”

“Come sei aggressiva..”

“Certo che sono aggressiva. Vuoi rubare in tabaccheria ed io dovrei fare finta di nulla? Vedi, le bugie hanno le gambe corte e prima o poi l’avrei scoperto.”

“Mamma caspita! Non l’hai scoperto. Sono io che te l’ho detto.”

“Certo, perché sapevi che ti avrei scoperto, perché sai che le bugie hanno le gambe corte.”

“E il naso lungo…” disse lui sorridendo.

“Non prendermi in giro… sì, le bugie hanno gambe corte e naso lungo.”

“Forse Pinocchio, ma gli altri no. Si dice infatti, al naso non si fa caso? Pensi che Cyrano fosse un bugiardo? Piuttosto era Rossana ad essere…”

“Zitto. Sai che non tollero la volgarità! E poi al cuor non si comanda.”

“Ma mamma quella era zoccola. Quella non aveva capito nulla. Lo prendeva in giro, quella voleva l’altro.”

“L’ignoranza è madre dell’arroganza. Studia anziché rubare al tabaccaio. Se avessi studiato, ora non saresti un poveraccio affamato di francobolli.”

“Che palle questa morale da periferia! Ho studiato ragioneria, sì ci ho messo sette anni ma che ci posso fare se quella…”

“Fermo,  non dire quella parola!”

“No mamma, la dico: quella zoccola della professoressa di italiano mi ha bocciato due volte!”

SCIAP, gli rovescia un ceffone stentoreo.

“Basta mamma, me ne vado. Cattivo bastone non fa buon cane. Vado a rubare che ti piaccia o no. Se non mi dai i soldi, me li procurerò rubando.”

“Poi non dire che non ti avevo informato.”

“Tranquilla sarò muto come un pesce.”

“Ricordati: tanto va la gatta al lardo…”

“Che ci piscia l’intestino” e sbatté la porta.

 

Dopo qualche giorno in paese non si parlò d’altro che del furto in tabaccheria.

Che è successo?

Hanno picchiato il tabaccaio.

Ha reagito?

Ovvio.

E il ladro?

A bocce ferme si saprà chi ha vinto.

Si dice che gli inquirenti siano sulle sue tracce.

Eh sì, tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino.

ARRESTATO MAURIZIO POLLINI, IL LADRO DELLA TABACCHERIA

“Maurizio, guarda come ti sei ridotto…”

“Mamma, chi ruba poco va in galera, chi ruba tanto fa carriera.”

di Stefano Re

Pubblicato da: Stefano Re | 4 giugno 2016

Morto Cassius Clay. Un ricordo

E’ morto uno dei più grandi pugili della storia: Cassius Clay, alias Muhammad Ali.
Era nato il 17 gennaio 1942 a Louisville, nel 1960 vinse l’oro ai giochi olimpici di Roma, fu campione del mondo dei pesi massimi dal 1964 al 1967 e dal 1974 al 1978. Un personaggio particolare: forte sul ring e difficile nella vita. Uno che non te le mandava a dire, anzi. Uno che sapeva cosa voleva e che faceva di tutto per fartelo capire.
Un giorno salì su un aereo e si ostinò a non voler mettere la cintura di sicurezza. “Superman non mette le cinture!”, disse a chi cercava di convincerlo. Lo convinse una hostess: “Superman non ha bisogno dell’aereo!” Perché Ali era fatto così: prendere o lasciare.
Come quando le commissioni atletiche pugilistiche statunitensi gli ritirarono la licenza perché si oppose alla spedizione in Vietnam: “Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro”. Perché da sempre aveva lottato per la parità dei diritti tra bianchi e neri.
E la rivincita la prese quando fu scelto come ultimo tedoforo alle olimpiadi di Atlanta del 1996, dove gli restituirono anche la medaglia d’oro vinta a Roma, medaglia che per protesta contro il suo Paese aveva gettato in un fiume. Ritiratosi definitivamente dall’attività agonistica nel 1981, nel 1984 gli fu definitivamente diagnosticato il morbo di Parkinson, l’ultima beffa del destino che attraverso quella malattia, in una sorta di contrappasso, lo minava proprio laddove si era sempre distinto: nell’agilità e nella dialettica che usava come spada.
Era il 30 ottobre 1974, quando Ali in Zaire riconquistò il titolo mondiale contro Foreman, in un incontro che è nella storia del pugilato (guardatelo se ne avete l’occasione!). Lo vinse con una tattica che nessuno avrebbe mai pensato che adottasse: otto round incollato alle corde, corde che gli permettevano di rimbalzare e di attutire i colpi micidiali infertigli da Foreman. Lo lasciò sfogare così tanto, che sia gli spettatori sia gli allenatori di Cassius Clay credevano che Alì fosse impazzito; poi Ali decise che era il momento, il momento di sfilare il chiodo dal muro e far cadere il quadro, perché Foreman cadde a terra come un quadro: ci vollero una serie di jab (diritti con pugno avanzato) e uppercut (montanti), ma ciò che fu decisivo fu quel momento, il momento in cui Clay si impadronì del tempo, lo fermò e decise di sfilare il chiodo.
Fu l’apoteosi.
Nel 1964 si convertì all’Islam e lo fece proprio il giorno successivo alla conquista della prima corona di campione del mondo dei pesi massimi.
Arrivederci campione.

di Stefano Re

foto di Stefano Re.
Pubblicato da: Stefano Re | 19 aprile 2016

Vorrei gettarmi

Vorrei gettarmi
                               dal tetto di un qualsiasi palazzo
                                                                                             giù
fino a schiantarmi sulla strada
di questa città senza sorriso
e rimbalzare con tonfi secchi sopra gli urli spaesati
di un gridare che ormai ha perso le vocali.
Vorrei spaventare il silenzio
impoverito da sguardi veloci e distanti
poi racchiudere nell’altro la speranza di un
                                                                                     sorriso.
Vorrei gridare che non c’è altro
se non il vuoto o la distanza tra il cielo e il suolo
se serri il palmo a pugno
oppure il capo reclini nel vedere
ciondolare l’impiccato
                                              io tu o chi altro
                                                                            non importa,
siamo soggetti in vendita a contratti di procura…
sarà la morte se della vita non troviamo il senso,
se della vita resta l’osso insalivato
se dopo questa notte l’alba
non s’irrora
                          d’infinito.
Cosa aspetti ad inciderti d’amore?
 
(Stefano Re)

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