Pubblicato da: Stefano Re | 10 agosto 2015

Pensiero 49

Chi non ha palle, racconta palle.

Pubblicato da: Stefano Re | 21 luglio 2015

Pensiero 48

Chi ama fa tutto col sorriso.

Pubblicato da: Stefano Re | 20 luglio 2015

Non c’è più tempo

Non c’è più tempo – forse non c’è spazio –

per l’eleganza del dettato o la regia,

siamo ripieghi sognanti comparse,

burattini di panna o Mangiafuoco.

Non c’è più tempo – forse neanche spazio –

per ricompense o diversione, siamo

incognite del tempo, cicatrici

a suggello dell’arguzia d’Euriclea,

cicatrici forse di uno strappo.

Pubblicato da: Stefano Re | 1 luglio 2015

A tavola

Nuovo racconto sul blog del Caffé Letterario. Buona lettura (S.R.)

Clicca qui per leggere: A tavola.

Pubblicato da: Stefano Re | 18 giugno 2015

Pensiero 47

Non sono un genio, ma ho talento da vendere. Solo che mi hanno messo all’ufficio acquisti.

Pubblicato da: Stefano Re | 11 giugno 2015

AGLIECO sul mio libro

Ecco ciò che Sebastiano Aglieco ha scritto sul mio libro “Per una Siloe privata” ed. Lietocolle (S.R.)

Esordisce subito con una dichiarazione di poetica, o forse condivisibile in generale, su come sia fatto l’organismo della scrittura; su cosa bisognerebbe pretendere dalla poesia:“Non è la morte che mi spaventa/(…)Ma quello che nei versi non si dice,/che la parola non traduce,/quello che negli alibi notturni scuote,/il silenzio assenso che si rovescia/lento/nella mia precarietà”, p. 12.
Senso della scrittura, dunque, ma non in rapporto a sé, quanto, piuttosto, al tramite dell’esistenza. Il poeta, infatti, “scrive perché crede nella sacralità della parola e nella comunicazione come àncora di salvezza per l’umanità”, (nella nota).

Nel fare poesia si colloca l’esperienza del divino, la capacità di coglierne i segni – o la mancanza – anche nel minimo accadere o nelle complicate costruzioni che lo rivelano: “Mi riempi di tutto, mi sento/vuoto,/nemmeno il mare mi dona l’infinito (…)/forse i denti rivelano l’eterno/tra la polvere e la sabbia”, p. 14. Riconoscere i debiti davanti al Padre, ma solo se si comprende “il miracolo/d’essere figli”, p. 15. La poesia allora capisce che essa stessa può essere investita della gratuità del gesto, come gratuito è lo splendore delle Belledinotte: “perché darsi è un gesto silenzioso”, p. 16.

La poesia, insomma, dice, apprende e comprende. Ma anche, forse, ha la pretesa di insegnarci qualcosa che ancora non sappiamo, non comprendiamo. Questo perché la scrittura riflette l’immagine archetipica di un Bene, di un comandamento più grande di noi: dare un figlio, avere un padre. Non praticare l’amore come atto privato, ma pensare all’amore come “sacrificio per se stessi/e per l’amore, p. 17.
Oggi, forse, la poesia non comunica per una reale spezzatura; perché “non abbiamo l’infinito nelle corde,/non abbiamo il passo dell’attesa,/abbiamo il cuore in due unità,/ e il nostro intento”, p. 19.

Il cristianesimo di Stefano Re si apre a domande e dubbi, a verifiche sul campo, ad “atti d’assenso e d’intenti, p. 23. Osserva malinconicamente il passare del tempo, l’ignoranza dell’incedere di “uomini/in giacca e cravatta/e donne in gonna a festa/affaccendati per un incontro/come se tutto fosse fretta,/ignari che il tempo necessita/di tempo per trovarne il senso”, p. 24.
Invoca: “Cercami, fingi almeno di cercarmi,/e se è appassito il mio contorno/non turbarmi/con gli asserti del giudizio”, p. 25.
Questa dolorosa richiesta di senso al padre “Vorrei che mi abbracciassi/vorrei che il cielo fosse qui”, p.25, spesso si traduce nell’immagine del relitto: “Somiglio sempre più all’abbandono,/all’immagine relitto di mare”, p. 31. E, drammaticamente, a quella più crudele: annullarsi nella finzione del mondo.
Allora il rischio della parola che non dice più, dichiarato all’inizio, può diventare il proclama di una verità esposta tra le misere piaghe dell’umano: “Non ho voce per le parole,/ non ho che dislessia/non ho che te/se mi sorprende,/sussurrando appena,/la tua presenza”, p. 32.

La somiglianza riconosciuta col padre non è proclamata allo specchio come atto liberatorio di una spiritualità che assolva, ma come ricerca da mettere in atto del realizzare il proprio compimento nel miracolo d’essere figli.
Il battesimo non ci assolve dal peccato ma ci investe del compito del portare su noi stessi la condizione di tutti: per somiglianza appunto; accompagnare gli amici alle ultime porte chiedendo perdono per la nostra disaffezione e per il dono di un ultimo intimo bacio.

Sebastiano Aglieco

Pubblicato da: Stefano Re | 30 maggio 2015

Pensiero 46

L’intimità è come il tempo. Se lo perdi, ti mancherà per sempre.

Stefano Re – Nebbiaerisaie

Pubblicato da: Stefano Re | 29 maggio 2015

Se questo è sport

Trenta anni fa la tragedia dell’Heysel. Una festa di sport ridotta a mecerie, morti e feriti. 39 vittime. Anche se juventino mi chiedo: questo, è sport? (S.R.)

foto da teladoiolamerica.net

foto da teladoiolamerica.net

Pubblicato da: Stefano Re | 17 maggio 2015

Esperimenti fotografici

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Stefano Re – Nebbiaerisaie

Pubblicato da: Stefano Re | 15 maggio 2015

Dom Petrone, la pittura informale

Foto scattata da Adriano Mauri

Foto scattata da Adriano Mauri

Ho lo stesso quadro astrologico di Picasso.” Esordisce così Domenico Petrone, in arte Dom, che mi ospita presso il suo studio di Abbiategrasso. Prima di dedicare la sua attività all’arte, il percorso di Dom è tortuoso. “Al termine delle scuole medie, le professoressa di disegno spinge perché mi iscriva all’Accademia di Brera, ma mia madre, ottima pittrice ma soprattutto notevole scultrice, convinta da un personaggio che la allarma per la droga e la promiscuità dell’ambiente, mi indirizza all’altra mia passione e così mi diplomo come perito meccanico. Da lì il passo per l’università è breve e mi laureo in giurisprudenza.”

I quadri alle pareti mi spingono a domandargli della sua arte e lui mi risponde che il salto definitivo è legato al fondamentale incontro con il conte Giampiero Bormida, grande intenditore d’arte. “In quel periodo lavoravo presso una Agenzia pubblicitaria come copywriter, e quando il discepolo è pronto, il maestro arriva”. Così comincia a frequentare il Conte, che era il dentista dei grandi artisti di Milano, e dopo una serie di interventi ai denti, per sdebitarsi, Dom regala un suo quadro al Bormida.

Subito mi dice che sono nato per l’arte e mi invita a mollare tutto e a fare una scelta. Mi fido, mi dedico totalmente alla pittura e il conte diventa il mio mecenate.”

Da lì il passo verso l’arte e il successo è breve. Dom ad esporre a New York, al Louvre di Parigi, a Barcellona e all’Arte-Fiera di Genova.

Guardo i quadri alle pareti e mi domando che tipo di pittura sia quella alle pareti, così particolare e affascinante.

È arte informale, nasce negli anni cinquanta. Il termine è coniato da Marcel Tapiè e sta per arte che dipende da se stessa. Deriva sia dall’astrattismo, dal surrealismo e dall’ espressionismo. Non rappresenta il visibile ma crea un nuovo visibile, crea una nuova realtà

Vedo appoggiato alla parete un libro del pittore Emilio Vedova e gli riferisco una sua frase che mi ha sempre colpito: “Il mio rapporto con l’opera è un rapporto di grandissimo malessere” e Dom sorride.

Pensa che Vedova è stato il mio maestro. Lo conobbi quando avevo circa sedici anni. In quel periodo prendevo il treno e giravo senza una meta, così come capitava. Arrivai a Venezia e mi colpirono i quadri esposti all’interno di una galleria, così diversi da quelli che dipingeva mia madre. A un certo punto si avvicinò all’ingresso un tipo che mi invita ad entrare e quel tipo era proprio Vedova.”

Da quell’incontro nasce l’arte informale di Dom, privilegiando un’arte nella quale predominano emozione, gesto e colore. “Il colore è la nota musicale, una potentissima forma di energia utilizzata per provocare un’emozione. Il colore deve creare un campo di forze. Adoro tutti i colori, ma che attrazione il blu oltremare.” E poi aggiunge: “L’artista deve comprendere cosa voglia dire comunicare e poi deve stupire, deve creare uno shock emozionale. Deve creare rotture, squarci di realtà”.

Lo interrompo mentre il fumo del sigaro accompagna la nostra conversazione, con quell’odore forte come il gesto su quelle tele. Gli domando se oggi abbia senso fare arte. Dom si ferma un momento e poi sorride:

L’arte è una necessità. Diceva Bob Dylan che l’opera d’arte è come una pisciata su un treno che corre veloce nella notte,  perché l’opera d’arte è tutta una vita. L’opera esige tempo, studio, esperienze, benessere e malessere, anche se poi l’esecuzione può anche risultare rapida. Quindi l’arte come può non avere senso?

E allora mi sembra doveroso chiedergli cosa manchi oggi all’arte italiana? “Due cose” risponde Dom, “I grandi galleristi e la coesione tra gli artisti. Manca il fare arte insieme.”

Dom, dal 2 maggio al 31 luglio espone a Trezzo sull’Adda, alla mostra Expo-Enel,  a curatela di Giorgio Grasso e supervisionata da Vittorio Sgarbi.

di Stefano Re

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