Pubblicato da: Stefano Re | 1 aprile 2018

Per passione

Venerdì pomeriggio.

“E’ morto?”

“Sì”

“Ma come è successo? L’ho visto l’altra settimana e stava bene…”

“L’hanno ammazzato”

“Ma se era un uomo buono…”

“Mica devi essere un uomo cattivo per morire…”

“Certo, ma ammazzato… Come è morto?”

“In croce!”

“In croce?”

“Sì.”

“Che delusione… Dicevano fosse il liberatore”

“Magari lo era…”

“Non ho mail visto un liberatore morire in croce come un ladro qualsiasi”

“Non sappiamo cosa sia andato storto”.

“Ascolta, diceva di essere il figlio di dio… E poi muori su una croce di legno? Oro incenso e mirra e poi chiodi arrugginiti?”

“In effetti fa pensare…”

“Ci hanno preso in giro; come sempre succede. Tante promesse e poi la solita solfa… nulla di nuovo”

“Eppure questo sembrava diverso”.

“Diverso da cosa?”

“Diverso… Senti un attimo: ma come muore un liberatore?”

“Beh, non lo so. Comunque muore dopo che ha liberato.”

“Ma da cosa ci doveva liberare?”

“Dalla schiavitù di questi bastardi!”

“Però lui non l’ha mai detto. L’abbiamo immaginato noi…”

“E allora da cosa ci avrebbe dovuto liberare?”

“Non lo so… è questo il punto.”

 

Domenica mattina presto.

“E’ vivo!”

“Ma chi?”

“Il liberatore… Quello che è morto in croce…”

“Vivo?”

“Vivissimo. L’hanno visto. Ci sono le prove…”

“Allora non era morto. Mica può risorgere così come un dio…”

“Era morto, era morto!”

“E perché ne sei così certo?”

“Perché la guardia gli ha tirato una lancia per essere sicuro che fosse morto!”.

“Comunque c’è qualcosa di strano… è come se avesse vinto sulla morte.”

“Sembra…”

“Resta il fatto che non è un liberatore. Forse è un posseduto come dicevano”.

“Cioè?”

“Intendo che forse è un diavolo… o uno posseduto dal diavolo.”

“Forse è uno che ha fatto la sua vita come meglio gli è riuscito…”

“Ma ha fatto proseliti”

“Ma non l’ha mai voluto espressamente…”

“Come no; continuava a dire di seguirlo…”

“Di seguire suo padre…”

“Sì, ma chi era suo padre?”

“Un falegname. Un certo Giuseppe”

“è tutto molto strano…”

“Sai qual è la cosa più strana?”

“Dimmi”

“ è strano che ha deluso tutti, che è morto come un ladro, che non ha liberato nessuno, ma tutti comunque ne parlano”

“Sì, su questo hai ragione.”

“Secondo me era un profeta”

“Mah, può darsi. Però che tutti ne parlano è davvero strano…”

 

Un anno dopo

“Ti ricordi di quel tale che è morto in croce? Quel liberatore…”

“E chi lo dimentica…”

“Ne parlano ancora tutti… Che strano!”

(di Stefano Re)

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Pubblicato da: Stefano Re | 4 marzo 2018

Io lo chiamerei amore

– Cos’è? – chiese al nonno senza nemmeno salutarlo.

– Un secchio.

– E dentro cosa c’è?

– Nulla – rispose il nonno.

– Riempiamolo, allora – disse il nipotino.

– E di cosa lo riempiamo?

– Di quello che vogliamo. Potremmo scavare una buca e buttarci dentro la terra.

– Ottima idea – disse il nonno.

Presero due badili, uno grande e uno piccolo e buttarono la terra nel secchio.

– Basta nonno. è pieno.

– Già – disse il nonno. – Ora cosa facciamo?

– Nulla, non ci sta più niente. Al massimo possiamo svuotarlo.

– Lo svuotiamo? – chiese il nonno.

– Se lo svuotiamo, avremo  fatto un lavoro inutile.

– Certo. Ma se lasciamo la terra nel secchio, il secchio non servirà più a nulla.

– Hai ragione nonno. Quindi cosa facciamo?

– Io lo svuoterei. In fondo un secchio serve per essere riempito e svuotato.

– Allora svuotiamolo.

Il nipote rovesciò il secchio e fece cadere la terra.

– Potevamo svuotarlo nella buca, così non lasciavamo il buco nel terreno – disse il nonno.

– Giusto, non ci ho pensato. Allora riempiamo di nuovo il secchio e quando lo svuotiamo, lo facciamo nella buca.

Alla fine il secchio era vuoto e la buca riempita.

– Almeno ci siamo divertiti – disse il nipote.

– Vero.

– Possiamo dire di aver fatto un bel gioco.

– Certo – rispose il nonno.

– Solo che questo gioco non ha un nome.

– Sicuro? – domandò il nonno.

– Tu hai un nome per questo gioco?

– Io lo chiamerei amore.

– Amore? – domandò il nipote affascinato ma perplesso.

– Non ti piace? – domandò il nonno.

– Mah.

– In effetti…

– Quindi come lo chiamiamo?

– Non saprei – disse il nonno. – Facciamo che non lo chiamiamo.

Il nipote fece sì con la testa.

Il nonno gli accarezzò la guancia e disse che si era fatto tardi. Forse la nonna aveva già preparato il pranzo.

– Però questo gioco del secchio mi è piaciuto – aggiunse d’improvviso il bambino.

– Un po’ ripetitivo, non credi? – disse il nonno.

– Vero – rispose il bambino. – Pensa però a quanto è utile un secchio! Lo riempi e lo svuoti, ma se non ci fosse mancherebbe qualcosa.

– E sai cos’è la cosa buffa? – domandò il nonno.

– Sì – disse il bambino – La cosa buffa è che un secchio pieno è un secchio inutile – e sorrise.

– Un po’ come noi quando ci riempiamo di noi stessi.

E mano nella mano rientrarono in casa.

(di Stefano Re)

Pubblicato da: Stefano Re | 13 gennaio 2018

Pensiero 67

Il moralista insegna agli altri quello che ignora di sé stesso. (S. Re)

Pubblicato da: Stefano Re | 22 dicembre 2017

L’omicidio

Fu condannato al 41 bis insieme ai boss delle mafie. In via definitiva. Per colpa di un giudice ormai prossimo alla pensione. Udienza conclusa, applausi e pacche sulle spalle del giudice. Lui con le manette che gli stringevano i polsi e gli astanti liberi di battere le mani come se fossero alla prima della Scala. Eppure non aveva fatto nulla di male, se non difendere un bambino dal tradimento più grande. Comunque era rimasto solo, anche l’avvocato se ne era andato. Appena letta la sentenza anche il legale aveva applaudito, un tradimento come non se ne vedevano dai tempi di Gesù Cristo. Spensero le luci nell’aula e lo condussero in cella, solo come un cane e con un secondino a guardarlo dalla grata e a muovere la testa sconsolato. Non per pietà, almeno non credo. Dopo qualche giorno è passato il cappellano, gli ha chiesto chi fosse, l’ha guardato dalla grata, ha sbuffato e ha fatto il segno della croce. Ti siano assolti i peccati, ha detto con un filo di voce, come se qualcuno potesse sentirlo. Il secondino ha scosso la testa, lo fanno tutti lì dentro, e poi ha alzato l’indice come ad intimargli qualcosa. Cosa? ha chiesto lui mentre il cappellano si allontanava, ma la guardia ha voltato la faccia dall’altra parte e se ne è andata. Il problema è che la cella non ha finestre, manca la luce. La cella ha quattro muri che fanno da perimetro, una porta in ferro e una grata da cui penetra una luce fioca rubata alle lampade del corridoio. Gli passano la cena dalla grata, tutto in barattoli di plastica. Non si mangia male, solo che lo cibano solamente di pappe per neonati, semolino, frutta sciroppata e insalata in sacchetti minuscoli. Olio, sale e aceto sono mescolati in un piccolo contenitore di ferro, tanto che spesso gli sembra di condire gli alimenti con la ruggine. Vedrai che presto sarai svezzato, così gli ha detto una guardia pensando di fare una battuta divertente. Ha chiesto una birra e gli hanno detto di no. Beve l’acqua del rubinetto che il secondino fa scendere dal bagno di servizio. Anch’essa in un barattolo di plastica. Sei un tipo pericoloso, accontentati, gli ha detto il direttore del carcere dopo una brevissima visita. Ha persino richiesto un incontro con un radicale, visto che hanno a cuore le disavventure dei disgraziati, ma gli hanno risposto che nessun radicale è disponibile. Ci sono le elezioni e sono tutti impegnati, gli hanno detto per placare la sua insistenza. Ovviamente non ha l’ora d’aria, e nemmeno una dama di compagnia come avviene spesso per i mafiosi. Deve stare lì dentro, rinchiuso come un cane, ogni tanto guarda la televisione e si sintonizza sempre su Striscia la Notizia, sperando che il buon Edoardo Stoppa possa fare un servizio su di lui e sul suo maltrattamento. Non è un cane di razza, certo, ma nemmeno un disgraziato da trattare in questo modo. Non avrà doveri, nel senso che chiuso là dentro è difficile averne, ma non ha nemmeno diritti, nemmeno quel minimo di diritti che riservano ai boss delle mafie. Forse era meglio sparare a qualcuno o buttarsi in traffici illeciti ed internazionali. Tu sai perché ti trovi qui dentro? gli ha chiesto un secondino, l’unico che non scuote la testa come gli altri. No, ha risposto. No? ha domandato lui enfatizzando il punto di domanda come fanno i bambini quando cominciano a leggere. Dovresti saperlo! ha aggiunto accentuando il punto esclamativo. Ma io non lo so davvero, ha risposto con la flemma di Gandhi. Sei stato tu o no ad uccidere Babbo Natale? Certo che sono stato io, ha risposto. E allora ti meriti il 41 bis. Fine della discussione. Ma io ho ucciso il tradimento, non Babbo Natale, ha aggiunto. La cosa strana è che nessuno gli ha chiesto il motivo che l’ha spinto all’omicidio. Nemmeno il giudice, e che viva sereno la sua fottuta pensione!, gli ha chiesto ragioni. Nessuno ha voluto sentirlo, hanno giudicato senza considerare nulla. Se solo qualcuno gli avesse domandato qualcosa, sicuramente non sarebbe finito in un carcere di massima sicurezza. è tornato anche il prete, quello dell’assoluzione rapida, e gli ha chiesto se volesse confessarsi. Ha risposto sì, giusto per scambiare due parole con qualcuno, e nemmeno in quell’occasione gli ha chiesto come mai l’avesse fatto. Gli ha chiesto lui perché non gli la facesse quella benedetta domanda e il prete ha risposto che a Dio non interessano le questioni pagane. E se avessi ucciso Gesù Bambino? Gli ha risposto che l’avevano già ammazzato i Giudei. Sì, ha risposto lui, ma l’hanno fatto quando aveva più di trent’anni, nessuno che l’avesse ucciso da bambino. E perché l’avresti dovuto uccidere tu? Per lo stesso motivo per cui ho fatto fuori quel barbone di Babbo Natale. A quel punto si aspettava la domanda e invece il prete ha fatto il segno di croce e l’ha assolto. Ma si rendono conto di quanta sofferenza c’è nelle famiglie quando i bambini scoprono che non è Babbo Natale a portare i regali? Chi pensa a quei poveri genitori? Lui. Solo lui ci ha pensato. Ricorda benissimo quella sera. Sentiva le urla del vicino di casa, un bimbo di nove anni a cui avevano appena detto che Babbo Natale non esiste. Gli avevano anche detto che Babbo Natale era il nonno travestito. I genitori cercavano di calmarlo, mentre il bimbo urlava e gridava loro tutta la sua rabbia. Così lui ha preso l’iniziativa. Si è intrufolato nella casa del bambino, ha aspettato nascosto dietro l’albero di natale e quando è apparso il nonno vestito di rosso gli ha intimato di alzare le mani e di non fare scherzi. Babbo Natale era basito. Anziché spaventarsi gli ha domandato cosa ci facesse lì. Ha risposto che non era corretto prendere in giro i bambini. Babbo Natale ha affermato che la sua era una semplice tradizione di famiglia e che nessuno prendeva in giro nessuno, semmai era un modo divertente per far felice il nipote. Era troppo. Che lo chiedesse al bambino se fosse davvero così felice! Tutti l’avevano tradito. L’avevano tradito i genitori, i fratelli maggiori, le maestre, le catechiste e persino la televisione con tutti quei panettoni che facevano da cuscino al culo di Babbo Natale. Ma non poteva calarsi con calma da quel fottutissimo camino? E poi che tradizione del cavolo era trovare i regali in casa e dire che li ha portati un uomo vestito di rosso? Cosa cambierebbe se i bambini sapessero che i doni glieli portano i genitori? Così gli ha messo le mani al collo e l’ha soffocato. Il nonno ha rantolato un poco ed è crollato sul pavimento. Soffocato come una candelina di compleanno. Quindi ha chiamato i carabinieri e ha denunciato l’assassinio. Fine della discussione. Fine della sua libertà. 41 bis.

Ora però comincia a stancarsi di stare rinchiuso lì dentro, fermo in pochi metri quadrati. E fra poco è il terzo natale che l’hanno imprigionato. Sono le undici della sera e fra un’ora è il 25 dicembre. C’è un silenzio tombale. Sa per certo che qualche secondino si scambierà gli auguri nella sala delle visite e qualche mafioso riceverà una cena come si deve, mentre lui attenderà la mezzanotte per poi coricarsi e dormire fino a domattina. Va beh, forse è meglio dormire già adesso.

Che strano rumore. Chi è? Secondino! (sta gridando per farsi sentire). Ehi, ma chi sei? Forse è meglio che non mi tocchi. Chi ti ha fatto entrare? No, non ci posso credere. Ma sei tu? Il Babbo Natale che ho soffocato? Ma non eri morto? Rispondi dai, non scuotere la testa come tutti gli altri? Cosa? Ma non puoi alzare la voce? Non sei morto? E allora che ci faccio qui? Certo, sarò anche un pollo, ma tu sei pazzo! Cosa? Ho ucciso il nonno e tu sei il vero babbo natale? Come posso crederti? Ma hai ragione, non sei di carne e ossa…  Allora esisti!  Beh, potevi dirlo prima, allora. Va bene, ho sbagliato, ho ucciso un innocente, ma io volevo fare la cosa più giusta. Beh su questo hai ragione. Sì è vero, ci pensa già la vita a rompere la magia dei giorni… lasciamola almeno ai bambini… Certo, lasciamogli anche i  nonni. Giuro che non ne ammazzo più. D’accordo, d’accordo, tanto per me Natale è una magia che è già passata.

 

di Stefano Re

Pubblicato da: Stefano Re | 16 dicembre 2017

Regala il mio libro a un bambino 

Solo un bel libro apre la mente ai bambini. Molti genitori e nonni ci hanno già pensato. E tu? Apri le menti oggi, perché domani è un altro giorno.

Pubblicato da: Stefano Re | 1 dicembre 2017

Con MAMMA MIA, HO INCONTRATO POESIA 

Leggi qui

Pubblicato da: Stefano Re | 25 novembre 2017

Avanti

Approfittate. Su qui acquistate velocemente MAMMA MIA,HO INCONTRATO POESIA.  IL primo romanzo che spiega poesia ai bambini.

Pubblicato da: Stefano Re | 19 novembre 2017

Pensiero 66

L’arte non farà ricchi, ma fa uomini. (S.Re)

Pubblicato da: Stefano Re | 14 novembre 2017

Recensione a MAMMA MIA, HO INCONTRATO POESIA

Una recensione del Prof. Sanzio Balducci sul mio romanzo.

Mi pare un romanzo con forti intenti didattici, che ha per tema la poesia (nella sua personificazione di essere alato) e la sua capacità contundente di sconfiggere il Regno della Noia attraverso i suoi strumenti di lavoro: il Rimario e la Retorica con tutte le sue figure.

Il romanzo, ambientato nei luoghi cari allo scrittore, cioè la Bassa Milanese, fra Milano, Abbiategrasso e Pavia, è un racconto unico, con pochi stacchi sottolineati da piccoli spazi bianchi che indicano il cambio di scena e la ripresa di narrazioni prima interrotte. Il lungo racconto si conclude con la vittoria di Poesia e la conseguente sconfitta del Regno della Noia. Protagonisti del romanzo sono due bambini dai capelli rossi, Poesia in forma di farfalla e un insieme di personaggi che in qualche modo si richiamano al mondo fantasioso dei Puffi.

Il tema presentava difficoltà rilevanti determinate dalla volatilità dei personaggi immaginari legati al mondo della poesia, che l’autore ha personificato trasformandoli in soldati di due schieramenti contrapposti. L’intento didattico è sottolineato dalle segmentazioni fonetiche e dagli esempi concreti delle figure retoriche e ritmiche in azione, prima fra tutte la rima, come ad esempio in questa strofa a rima incrociata: Prendi un coltello / lancialo forte / allontani la morte / se lo pensi un pennello. Queste figure, utilizzate in battaglia, hanno degli effetti concreti tutti in favore delle finalità ‘belliche’ di Poesia, che alla fine portano Poesia, il suo esercito e i due bambini ad una appassionante vittoria. In breve, nei disegni dell’autore la felicità in questo mondo si raggiunge anche con la bellezza veicolata dai mezzi poetici.

La lingua è per lo più di aspetto colloquiale, come si usa nei libri per bambini, ma non mancano parole e sintassi del linguaggio alto e in certi casi dell’italiano regionale lombardo.

L’ambientazione del romanzo ha una simpatica digressione, chiamando in causa il Paese di Montemontanaro in provincia di Pesaro e Urbino dove abitavano i nonni materni dell’autore e dove viene collocata la nascita di Rimario.

Vanno infine menzionate le gioiose illustrazioni di Géraldine D’Alessandris che aiutano il lettore a costruirsi il teatro dell’azione.

Questo romanzo di Stefano Re, ispirato al mondo dei bambini, ha per destinatari principali gli scolari, ma è pur sempre un bel libro di lettura anche per gli adulti, nel solco del suo precedente libro di racconti Il sole nel bauletto.

di Sanzio Balducci

Mamma mia, ho incontrato Poesia

Pubblicato da: Stefano Re | 28 ottobre 2017

Su MAMMA MIA, HO INCONTRATO POESIA 

Su Ordine e Libertà del 27 ottobre 2017 a firma di Mariachiara Rodella.

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