L’ultima prova di Carla Bariffi è un poema ben fatto, costruito con impegno e serietà poetica.
Non c’è spontaneità d’ispirazione, c’è piuttosto il lavoro del poeta che dall’ispirazione trova gli elementi poetici per trasformare l’intuizione in un’opera d’arte. Qui ogni verso dà ragione al significante, qui il ritmo condiziona le scelte dell’autrice, qui la poesia si veste di quello che viene sapientemente chiamato: labor lime. Qui c’è poesia.
“Rapsodia in rosso”, per i tipi di CFR Edizioni, è un libro da leggere, un poema che si sviluppa su più registri.
Ivan Fedeli, nell’ottima e chiara prefazione, parla di due codici, quello poetico e quello della speculazione filosofica. Io ne aggiungerei un terzo, quello della passionalità. Ma di quella passionalità che, partendo dall’etimologia, ostenta sopportazione sofferenza e per estensione martirio. Qui la poesia sanguina, soffre nella scelta di una terminologia che superando la speculazione filosofica trova sfogo nella contemplazione, spesso ferina, della natura, tanto che la stessa poesia si tinge di rosso, di quel rosso che per Kandinskij risveglia in noi l’emozione del dolore. Ed è necessaria, per Bariffi, la grazia. La natura, ma anche l’uomo, come “tessuto di nodi”, ha bisogno della grazia per redimersi, per ritrovare quella pace atavica e primordiale. Dice Bariffi: “La grazia/ conosce la trama del fiore/ nel petalo rosa il mio rosa/ nel rosso che goccia il mio sangue/ la spina che spingi/ e lo sai” (pagina 36).
E’ un poema che si concentra sulla continuità dialettica, è come se l’autrice rendesse testimonianza di un vissuto che spesso le sfugge. Si abbarbica al ricordo e a quell’evento (ma non sappiamo qual è)che per evocazione rimanda il tutto al rischio della dissolvenza: “I funerali si susseguono/ prima della festa patronale/ come persecuzione di ombre/ l’incessante movimento del tempo/ è una mano che sbatte e rigira/ le nostre vite come bandiere al vento” (pagina 16)
Ed è in quest’assorbimento della sofferenza della natura, che l’Autrice propone la sua possibilità, una delle possibilità percorribili, ossia la possibilità dell’isolamento: “L’isolamento/ è condizione preliminare/ per ascoltare ogni vibrazione./ La legge del cosmo è rigore” (pagina 42), ma subito sente la necessità di rivolgersi a qualcosa di trascendente, sente la necessità di Dio, riconoscendogli il dominio della natura stessa, ma anche l’abbandono di ogni creaturalità: “E’ il silenzio/ che domina il pianeta/ non la musica o il canto/”il suono in senso pieno”/ ma il silenzio – sterminato – di Dio” (pagina25).
E dentro questo vortice di emozioni, speculazioni e abbandoni, ecco in sottofondo l’eros, la forza generatrice, il gesto che unisce per moltiplicare: “Lungo l’epidìdimo/ attraverso l’erogena zona/ che divide il cratere dal vulcano./ Nel Perinèo,/ abbandono il disegno delle labbra./ Perigonio, all’apice del fiore/ il tepalo trasmesso per scissione/ lo scarto – epidurale del pistillo/ che genera con-tatto” (pagine 23 e 24).
Un libro che va letto, meditato e gustato in tutta la sua bellezza.
di Stefano Re
