Pubblicato da: Stefano Re | 4 aprile 2013

“Rapsodia in rosso” poema in versi di Carla Bariffi

Rapsodia in rosso L’ultima prova di Carla Bariffi è un poema ben fatto, costruito con impegno e serietà poetica.
Non c’è spontaneità d’ispirazione, c’è piuttosto il lavoro del poeta che dall’ispirazione trova gli elementi poetici per trasformare l’intuizione in un’opera d’arte. Qui ogni verso dà ragione al significante, qui il ritmo condiziona le scelte dell’autrice, qui la poesia si veste di quello che viene sapientemente chiamato: labor lime. Qui c’è poesia.
“Rapsodia in rosso”, per i tipi di CFR Edizioni, è un libro da leggere, un poema che si sviluppa su più registri.
Ivan Fedeli, nell’ottima e chiara prefazione, parla di due codici, quello poetico e quello della speculazione filosofica. Io ne aggiungerei un terzo, quello della passionalità. Ma di quella passionalità che, partendo dall’etimologia, ostenta sopportazione sofferenza e per estensione martirio. Qui la poesia sanguina, soffre nella scelta di una terminologia che superando la speculazione filosofica trova sfogo nella contemplazione, spesso ferina, della natura, tanto che la stessa poesia si tinge di rosso, di quel rosso che per Kandinskij risveglia in noi l’emozione del dolore. Ed è necessaria, per Bariffi, la grazia. La natura, ma anche l’uomo, come “tessuto di nodi”, ha bisogno della grazia per redimersi, per ritrovare quella pace atavica e primordiale. Dice Bariffi: “La grazia/ conosce la trama del fiore/ nel petalo rosa il mio rosa/ nel rosso che goccia il mio sangue/ la spina che spingi/ e lo sai” (pagina 36).
E’ un poema che si concentra sulla continuità dialettica, è come se l’autrice rendesse testimonianza di un vissuto che spesso le sfugge. Si abbarbica al ricordo e a quell’evento (ma non sappiamo qual è)che per evocazione rimanda il tutto al rischio della dissolvenza: “I funerali si susseguono/ prima della festa patronale/ come persecuzione di ombre/ l’incessante movimento del tempo/ è una mano che sbatte e rigira/ le nostre vite come bandiere al vento” (pagina 16)
Ed è in quest’assorbimento della sofferenza della natura, che l’Autrice propone la sua possibilità, una delle possibilità percorribili, ossia la possibilità dell’isolamento: “L’isolamento/ è condizione preliminare/ per ascoltare ogni vibrazione./ La legge del cosmo è rigore” (pagina 42), ma subito sente la necessità di rivolgersi a qualcosa di trascendente, sente la necessità di Dio, riconoscendogli il dominio della natura stessa, ma anche l’abbandono di ogni creaturalità: “E’ il silenzio/ che domina il pianeta/ non la musica o il canto/”il suono in senso pieno”/ ma il silenzio – sterminato – di Dio” (pagina25).
E dentro questo vortice di emozioni, speculazioni e abbandoni, ecco in sottofondo l’eros, la forza generatrice, il gesto che unisce per moltiplicare: “Lungo l’epidìdimo/ attraverso l’erogena zona/ che divide il cratere dal vulcano./ Nel Perinèo,/ abbandono il disegno delle labbra./ Perigonio, all’apice del fiore/ il tepalo trasmesso per scissione/ lo scarto – epidurale del pistillo/ che genera con-tatto” (pagine 23 e 24).
Un libro che va letto, meditato e gustato in tutta la sua bellezza.

di Stefano Re

Pubblicato da: Stefano Re | 19 marzo 2013

Bar

Assorto al bar
con la birra davanti
che ad ogni sorso stordisce
e non basta pensarci
se il mistero del senso
è nebbia che sfalsa i contorni.
Fuori il freddo
si tinge di nebbia
e gli alberi incanutiti di brina
mostrano rughe
come l’uomo che ha in memoria
l’immobilità del tempo
e attimi che piano
lo invecchiano.
Al fianco vecchi
giocano a carte
sbraitano, urlano,
ché nessuno vuole perdere,
io perdo speranza e fiducia
se non urlo abbastanza.
Più in là
dove c’è luce più fioca
come il fiato di un merlo che muore
qualcuno è ubriaco
e beve una gioia già persa.
“Dov’è Dio?”, dice
perché hanno detto che esiste
nell’irreprensibile silenzio
che è noia cercare.
Sigaretta via l’altra
e la nebbia di fumo
diffonde intorno
un puzzo marcescibile,
confonde,
e l’importante è arrivare
alla linea che demarca l’orizzonte,
che più t’avvicini,
rimane lontana.

Pubblicato da: Stefano Re | 13 marzo 2013

Mamma Orca

Mamma Orca si sentiva stanca.
(Piccola precisazione confidenziale – ma poi ammetterete che vi eravate già ingannati – qui si parla di quel bellissimo mammifero marino che nuota negli oceani, nulla a che fare con la moglie dell’Orco che spesso è narrata nelle favole per bambini).
Mamma Orca, dicevo, si sentiva stanca. L’oceano era tranquillo e di poche parole, ma la sensazione di malessere non l’abbandonava. Era da qualche giorno che si sentiva stanca. I suoi piccoli l’accompagnavano per quella nuotata pomeridiana che era ormai considerata l’appuntamento del giorno. Spesso le domandavano di questo e di quello e lei rispondeva in malo modo. Il fatto che la stanchezza non le passasse, la metteva di cattivo umore. I piccoli, si fa per dire vista la stazza, non erano contenti che la loro mamma li trattasse male, anche perché sentivano il bisogno del suo calore. Ma la mamma era troppo impegnata con se stessa per capirne l’esigenza. Anzi, era impegnata con i suoi brutti pensieri. Quella stanchezza cronica, la portava a credere che si fosse ammalata e che dovesse morire da un momento all’altro.
Sebbene le altre orche le dicessero che non era possibile, lei non voleva crederci. Si era convinta che fosse al termine della vita. “Mi ha preso un brutto male”, diceva a tutti. E se qualcuno le faceva notare che la stanchezza poteva essere dovuta al cambio di stagione, Mamma Orca si arrabbiava.
“Nessuno mi crede, nessuno mi vuole bene.”
Così passarono i giorni, così passò anche la stanchezza, mentre i figlioletti, ormai orche giganti, se ne erano andati in cerca di altri affetti, mentre a lei erano rimasti i brutti pensieri, perché nel frattempo una pinna aveva cominciato a dolerle.
“Sarà un brutto male?”
(di Stefano Re)

Pubblicato da: Stefano Re | 19 febbraio 2013

Tre formiche

Le formiche hanno un’organizzazione invidiabile. Molto più avanti di qualsiasi sistema economico e ingegneristico che si rispetti. Ma nessuno sa quanto si confrontino per raggiungere tali obiettivi.
Un giorno, per capire meglio la quotidianità degli umani, tre formiche decisero di darsi due giorni, per scoprire qualcosa in più di quelle persone dai piedi giganti che chiamavano uomini.
Una si nascose nel frigorifero e cominciò a perlustrare tutto quello che stava lì dentro. Trovò l’ambiente molto interessante e cercò di portare qualcosa al villaggio. Ma le difficoltà a lavorare in un ambiente così freddo, la fecero desistere.
Un’altra si nascose nel forno, ma se prima sembrava un luogo estremamente austero, dove tutto si poteva guardare attraverso una finestra e il silenzio era fin troppo ovattato, d’un tratto le sembrò di morire. Lì dentro cominciò a tirare un vento fastidioso e in breve fece un caldo così torrido che anche le poche briciole che vi aveva trovato cominciarono a diventare nere e pericolose.
Scappò, con la paura di bruciare anche lei.
La terza si infilò, caso più unico che raro, nel naso di un omone dai piedi giganti, e in breve si ritrovò nel cervello di questi. Non era male, passavano tante informazioni, imparò tante cose nuove, riuscì anche a determinare, come in un videogame, quale arto si sarebbe mosso per primo e le piaceva saperlo in anticipo, ma quello che vide le sembrò estremamente pauroso. L’uomo viveva con moltissime paure, addirittura temeva la felicità di chi incontrava, sentiva la rabbia crescere come crescono i giri del motore di un’auto sportiva, ma soprattutto cercava di isolarsi, come se vedesse negli altri dei potenziali nemici. Era solo, non aveva maestri cui rendere conto e grazie. Le sembrò che l’amore passasse lasciando il posto a frustrazione e odio. Poi sentiva l’uomo ridere, ma dentro, in quel cervello che segnava tempi, spazi e nuovo progresso, capiva che l’uomo non sapeva perdonare.
Quando le tre formiche si ritrovarono per condividere le esperienze, l’ultima non parlò neppure un attimo di ciò che aveva vissuto, disse solamente:
“Andiamo dalla nostra regina, almeno noi abbiamo un bene più grande per cui vivere”.
(di Stefano Re)

Pubblicato da: Stefano Re | 11 febbraio 2013

Pesci fuor d’acqua

Un mio racconto. (S.R.)

clicca qui – Pesci fuor d’acqua

Pubblicato da: Stefano Re | 5 febbraio 2013

L’aquilone

Sta su,
al polso del bambino si tende il filo
e tira verso il cielo,
plana con gli uccelli
tonfa ai vuoti d’aria come un battito d’ali di cartone.
Vola,
e se l’aria non tira muore,
s’accartoccia al polso del bambino,
poi respira di nuovo
e si spinge verso il manto turchino che si curva,
e di là, chissà..

qualcuno si ferma, pensa,
non siamo pronti a volare verso l’alto
siamo sempre tesi a sfuggire lo strapiombo
che c’è in basso.

Pubblicato da: Stefano Re | 30 gennaio 2013

IL POSTO DELLE FRAGOLE – Massimo Botturi

index L’ultima raccolta di poesie pubblicata da Massimo Botturi è “Il posto delle fragole”, un libro per i tipi di Genesi Editrice. Un bel libro, composto da 91 poesie, e da un linguaggio che si fa strada mentre lo si percorre.
Il posto delle fragole è anche un bellissimo film di Ingmar Bergman, un film di conversione e di meditazione sulla vita e sulla morte, un film che esalta gli affetti come valori della vita. Una riflessione sullo scorrere del tempo e sulla vita come possibilità di crescita e catarsi.
Massimo Botturi ci racconta a modo suo il posto delle fragole, quel luogo che attraverso il ricordo e gli affetti, dona alla vita un nuovo modo d’esistere.
A pagina 73, comincia la poesia “Ciò che resta” in questo modo: “Un treno in corsa, una fredda ragnatela“; un ossimoro di senso che contrappone al movimento del treno la sedentarietà della ragnatela. E in tutto il libro è questa contrapposizione, movimento e staticità, ad accompagnare il lettore verso la catarsi dell’esistenza.
Massimo usa un linguaggio molto colloquiale, perdendo raramente ritmo e precisione nel versificare. Usa un linguaggio trasparente, suo e allo stesso tempo nostro. Un linguaggio che sta nelle corde del suo dettato (“Il sonno dei malati è carta straccia/ è buccia triste e occhi pinzati“, a pagina 44 in “Itaca”), ma che diventa nostro nel momento in cui ci descrive l’universalità della situazione.
Nella raccolta c’è una continua traccia di un tu, del tu che si fa compagnia, tanto che il posto delle fragole, “l’hai inventato tu“, e l’altro è sempre il tramite che completa, che arricchisce, mai il limite della propria edificazione.
Botturi conduce il lettore sulla sua strada, ma l’incocio tra la sua e la nostra via è sempre dietro l’angolo; è il lettore che cerca di rimandare l’incontro, proprio per avere l’opportunità di procrastinare l’appuntamento, per non limitare la gioia che sprigiona dal verso (la gioia della festa è nell’attesa della stessa!), così da “giungersi e capirsi, come due foglie nuove/ vicine quanto basta a un po’ d’aria/ a sovrapporle“, in “Moltiplicazione” a pagina 91.
Nella poesia di Massimo Botturi ci sono due elementi che ricorrono spesso: un’apertura alla natura, come se la natura proteggesse l’esistenza dell’uomo; qui non c’è una natura matrigna, ma una natura che si fa madre, che accoglie e custodisce; e un’accurata attenzione alla quotidianità, la stessa dove l’uomo dà il proprio contributo per la socialità. Così in “Il volo” a pagina 64:
Io gli versavo il vino peggiore
e lui, contento.
Davanti a scuola, in viale Gorizia.
I muratori
fingevano un mestiere di mani e di galera;
portavano le assi a morire dentro un muro
la loro vita a spasso
aspettando una balera. due ore di sapone
per farsi via il cemento, il freddo
e le fischiate alle donne
laggiù in strada.
Ce n’era uno biondo, chiamato l’Angelino:
un giorno vide l’ombra di ali che credeva
e cadde, a maritare quella che preferiva
“.

(a cura di Stefano Re)

Pubblicato da: Stefano Re | 29 gennaio 2013

Intervista su “Gaggianonline”

Ecco di seguito il link dove è possibile leggere l’intervista che mi è stata fatta per “Gaggiano On Line”, sito che parla del paese in cui sono nato. Il sito, curioso anche per chi ama i luoghi più veri dell’Italia, è realizzato da Marco Costanzo.
In fondo all’articolo è possibile ascoltare l’intervista mandata in onda su Radio Circuito Marconi.
(S.R.)

clicca qui – intervista

Pubblicato da: Stefano Re | 27 gennaio 2013

Per il giorno della memoria

Il giorno della memoria,
io dimentico tutto.
Numeri, luoghi, fatti,
ricordo nemmeno quanto studiato.
Allora prendo i nomi,
rileggo il nome dei morti,
e la voce li riporta in vita,
per quell’attimo,
lo stesso di quando il fumo dei camini,
li ha condotti a Dio.

Pubblicato da: Stefano Re | 24 gennaio 2013

Stenta il sonno a venire

Stenta il sonno a venire
sento civetta che stride,
stridono gomme lontano;
frena la pioggia sul tetto
il vento s’affretta in fruscii,
dorme il paese,
piange un neonato qui a fianco,
stanco il mio corpo infine s’acquieta.
Grava la notte, nulla s’annota.

(settembre 2000)

« Articoli più recenti - Articoli precedenti »

Categorie

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 121 follower