L’ultima raccolta di poesie pubblicata da Massimo Botturi è “Il posto delle fragole”, un libro per i tipi di Genesi Editrice. Un bel libro, composto da 91 poesie, e da un linguaggio che si fa strada mentre lo si percorre.
Il posto delle fragole è anche un bellissimo film di Ingmar Bergman, un film di conversione e di meditazione sulla vita e sulla morte, un film che esalta gli affetti come valori della vita. Una riflessione sullo scorrere del tempo e sulla vita come possibilità di crescita e catarsi.
Massimo Botturi ci racconta a modo suo il posto delle fragole, quel luogo che attraverso il ricordo e gli affetti, dona alla vita un nuovo modo d’esistere.
A pagina 73, comincia la poesia “Ciò che resta” in questo modo: “Un treno in corsa, una fredda ragnatela“; un ossimoro di senso che contrappone al movimento del treno la sedentarietà della ragnatela. E in tutto il libro è questa contrapposizione, movimento e staticità, ad accompagnare il lettore verso la catarsi dell’esistenza.
Massimo usa un linguaggio molto colloquiale, perdendo raramente ritmo e precisione nel versificare. Usa un linguaggio trasparente, suo e allo stesso tempo nostro. Un linguaggio che sta nelle corde del suo dettato (“Il sonno dei malati è carta straccia/ è buccia triste e occhi pinzati“, a pagina 44 in “Itaca”), ma che diventa nostro nel momento in cui ci descrive l’universalità della situazione.
Nella raccolta c’è una continua traccia di un tu, del tu che si fa compagnia, tanto che il posto delle fragole, “l’hai inventato tu“, e l’altro è sempre il tramite che completa, che arricchisce, mai il limite della propria edificazione.
Botturi conduce il lettore sulla sua strada, ma l’incocio tra la sua e la nostra via è sempre dietro l’angolo; è il lettore che cerca di rimandare l’incontro, proprio per avere l’opportunità di procrastinare l’appuntamento, per non limitare la gioia che sprigiona dal verso (la gioia della festa è nell’attesa della stessa!), così da “giungersi e capirsi, come due foglie nuove/ vicine quanto basta a un po’ d’aria/ a sovrapporle“, in “Moltiplicazione” a pagina 91.
Nella poesia di Massimo Botturi ci sono due elementi che ricorrono spesso: un’apertura alla natura, come se la natura proteggesse l’esistenza dell’uomo; qui non c’è una natura matrigna, ma una natura che si fa madre, che accoglie e custodisce; e un’accurata attenzione alla quotidianità, la stessa dove l’uomo dà il proprio contributo per la socialità. Così in “Il volo” a pagina 64:
“Io gli versavo il vino peggiore
e lui, contento.
Davanti a scuola, in viale Gorizia.
I muratori
fingevano un mestiere di mani e di galera;
portavano le assi a morire dentro un muro
la loro vita a spasso
aspettando una balera. due ore di sapone
per farsi via il cemento, il freddo
e le fischiate alle donne
laggiù in strada.
Ce n’era uno biondo, chiamato l’Angelino:
un giorno vide l’ombra di ali che credeva
e cadde, a maritare quella che preferiva“.
(a cura di Stefano Re)
grazie Stefano, una bellissima recensione la tua
ne sono lusingato
un abbraccio
Da: massimobotturi su 31 gennaio 2013
alle 18:01
Una bella recensione, precisa e stimolante.
Complimenti.
GP
Da: newwhitebear su 31 gennaio 2013
alle 21:36
Ti ringrazio. (S.R.)
Da: Stefano Re su 1 febbraio 2013
alle 07:38
Meritava
Da: newwhitebear su 1 febbraio 2013
alle 15:43
bella recensione e Massimo bravissimo
Da: margueritex su 2 febbraio 2013
alle 07:18
Grazie. (S.R.)
Da: Stefano Re su 2 febbraio 2013
alle 09:58
Mi piace l’uso che Massimo fa del linguaggio descritto così…
*trasparente, suo e nello stesso tempo nostro.
un linguaggio che sta nelle corde del suo dettato.*
Complimenti a entrambi!
C.
Da: carla su 2 febbraio 2013
alle 07:47
Felice. (S.R.)
Da: Stefano Re su 2 febbraio 2013
alle 09:58
Autentica e mette in risalto lo “Scrivere” di Massimo la tua idea espressa: “il linguaggio si fa strada mentre lo si percorre..”
Perle! Il suo poetare ed il tuo definirne il corpo semantico.
Da: Insenseofyou su 2 febbraio 2013
alle 11:48
Grazie. Sono un estimatore della poesia di Massimo. (S.R.)
Da: Stefano Re su 2 febbraio 2013
alle 22:03
Ah, gai propaganda a un libro, bravo bravo
Da: quadernicorsari su 14 febbraio 2013
alle 16:21
Certo che faccio propaganda ai buoni libri.
Ah, ricorda che i veri corsari erano gli scritti… scimmiottare Pasolini è arduo e si fanno brutte figure…
e grazie d’essere passato tra le mie nebbie… (S.R.)
Da: Stefano Re su 14 febbraio 2013
alle 16:51
No, non sono seguace di Pasolini. Neanche per idea, e non ne parlo mai. Non hai azzeccato neanche questa. Negare le colpe sullo sterminio degli aborigeni d’America è folle. Ma avevi capito che si trattava di loro? Dei nativi, degli indiani? E secondo te c’è un sistema giudiziario in America che tutela gli aborigeni???
Da: quadernicorsari su 14 febbraio 2013
alle 16:57