Pubblicato da: Stefano Re | 20 gennaio 2013

Una mia poesia

Questo testo in forma di dialogo poetico, l’ho scritto per il saluto a don Claudio Mainini, chiamato in missione ad Haiti. La serata evento è stata organizzata dal gruppo musicale Emmanuel (www.gruppoemmanuel.it) di Gaggiano. (S.R.)

C’è nel saluto qualcosa di esatto,
un senso di rimando, l’apice del tempo
che si arresta. Un prima e il dopo.
C’è il saluto che annuncia,
che trasforma l’umile in salvezza,
c’è il saluto di chi ti invita ad un tavolo,
il saluto che dell’educazione
fa la sua forza, il saluto che non ha interessi.
C’è un saluto che si fa addio,
il saluto ingrato, il saluto che dipana
monotonie e rivalse, che dà il senso
esatto alla sua definizione.

Eppure sto alla porta. Ho fatto e farò,
volto le spalle al passato per aprirmi al futuro,
ma se cambio prospettiva, comunque,
giro a qualcuno le mie spalle.
Come posso far sorridere il mondo nella sua interezza?
Dico, come posso aprire il cuore
della gente che lascio? Eppure sto alla porta
e osservo il tempo che squassa, il passato
speso forse per lo stesso futuro. Altrove,
come chi segue la strada del compimento,
come chi segue l’Origine di tutto.

Salutare è un gesto d’appartenenza,
come chi saluta un bimbo
all’ingresso della scuola.
Non basta alzare la mano,
serve sentire il battito del cuore,
sentire il sangue espandere certezze,
le mie e le tue, come trovare l’esatta
dimensione del nostro interagire,
come sentire sulle labbra le lacrime del mondo
e chiedere se è il sale
che arroventa le ferite.

E il tutto ha radici nell’esatto, resta libero
nelle sue definizioni, esige la risposta,
s’apre nell’immensa dimensione della scelta.
Ora vado, come chi ricorda una promessa,
e non mi volto a cercare la mia ombra,
proseguo verso un mondo che ancora non conosco.
Là mi manda la mano che protegge.

Dammi la mano se puoi, dammi la mano che saluta.
Incrocia le mie dita, scopri l’indice che indica il percorso,
così che anch’io lo veda.
Sono arso dal timore della fine, tremo al pensiero
del saluto che ormai non si ripete, lasciami la mano,
lascia che porti a casa la tua mano,
quella che ha lasciato impronte di saluto,
così che resti almeno il conforto del ricordo,
niente sparisce se sempre si ripete.

So che ogni ripartenza lascia strascichi e sconforto,
ma ogni domanda presuppone la risposta.
Se negassi, continuerei nell’illusione,
la risposta affermativa è compimento e vocazione.
Rimarrei, ma non posso,
c’è una scarpa che ha bisogno della strada,
del mio passo, del mio incedere con l’altro,
non lasciare che mi perda proprio ora,
che l’artiglio del maligno si conficchi nella carne
per la stolta negligenza alla risposta.
Il fianco posto al diavolo è d’incanto principio della fine!

Che dire. C’è sempre il tempo per i titoli di coda,
vorrei che il tuo futuro fosse ancora il mio presente,
vorrei lanciare in aria un po’ di delusione,
riappropriarmi della storia, avere il tempo
per cambiare il compimento, vorrei un calendario
per ripetere lo sfoglio di ogni giorno,
per fermare l’istante precedente a quel momento
che quasi all’improvviso
ha dato estro alla domanda.

Ricordo quel momento. Ricordo la risposta,
l’estro di Dio che apre alla domanda.
Guardo avanti, fisso il punto appeso all’orizzonte
lo spazio che sorprende la risposta,
fisso quello che mi pone in soggezione
e lo sorpasso, fisso Dio che mi indica la strada.
Ti ringrazio perché so che mi sostieni,
che reclami un impegno di attenzione,
perché so che mi comprendi, so che mi perdoni.

Non devo perdonarti, basta il saluto che accompagna,
la memoria del nostro dialogare, il dialogo
che resta tra le lingue, sulle labbra il sorriso dell’incontro.
Non ingannano le scelte se fissano lo scopo!
E ti saluto, sopportando a fatica il malumore,
ma felice per la tua realizzazione.

Devo andare. Filtra la luce dalla porta. Temo il domani,
ma resto fedele alla domanda. Lì,
nella domanda che ha in seno la risposta,
vivo la certezza del successo.
E tu con me, perché resta appeso al nostro essere
tutto l’esserci del mondo.
I tuoi occhi, il tuo volto, il tono della voce,
la forma del tuo corpo, tutto m’appartiene,
perché anch’io sono parte del disegno che è la vita.
Vivere è un po’ morire, è perdere qualcosa,
ma nell’abbraccio della vita tutto si rigenera,
si ridesta la vista di quanto visto al momento della nascita,
di quel signum che s’appanna col peccato originale,
che alla fine rende gloria ad ogni scelta,
rende giustizia ad ogni vita.

E allora vai.
Vai come gli uccelli che migrano e poi tornano.
Resta il saluto, quello che ci portiamo dentro,
perché il saluto è qualcosa di esatto,
qualcosa che resta,
come il silenzio, come quel bacio
stretto tra due labbra,
come le parole sussurrate al buio,
quelle che aprono lentamente il cuore,
e lo sollevano,
lo smuovono,
lo semplificano
per renderlo di nuovo
capace d’amore.

(di Stefano Re)

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Responses

  1. Bell’omaggio hai fatto a don Mainini con questa poesia lunga e intensa.
    Un saluto

  2. Molto bella, Stefano. E nell’ultima strofa, semplice e diretta, risuonano tutti i saluti amati.

  3. è un dialogo a due voci, questo saluto addio in forma di poesia
    il grassetto è la Voce che chiama…molto intenso.
    ..niente sparisce se sempre si ripete…
    è vero!
    ciao Stefano
    C.

  4. “Ora vado, come chi ricorda una promessa,
    e non mi volto a cercare la mia ombra (…)”

    Andare per la propria strada avendo la forza di non voltarsi indietro non è cosa da poco. Riuscire a intravvedere la luce alla fine del sentiero intrapreso una conquista e un premio insieme per tanto coraggio
    Buona serata
    Lucia

    • Grazie per aver lasciato una tua riflessione. (S.R.)

  5. salutare, nel senso che dai in questo testo, significa “riconoscere”
    dare un posto importante e non marginale

    bel testo Stefano, un saluto


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