Pubblicato da: Stefano Re | 13 aprile 2014

La fuga del naso

Il bambino non soffiava mai il naso. Aveva sempre i mocci e spesso erano candelotti lunghi qualche decina di millimetro. La mamma e il papà glielo dicevano sempre, ma lui dimenticava a casa i fazzoletti e all’uscita dalla scuola sembrava avere nel naso dei minuscoli ragni. Ma la cosa peggiore è che un naso così sporco non lo si trovava nemmeno nella città vicino, e piano piano la notizia di questo naso così sporco si diffuse in tutte le città. Non che ci fossero viaggi organizzati per vederlo, ma la fama del bambino dal naso sporco cominciava ad essere oggetto d’attenzione delle più importanti testate giornalistiche.
Un giorno il naso che si vergognava moltissimo d’essere sempre sporco e trasandato, cominciò a fare i capricci e nella notte decise di fuggire. Si staccò a fatica dalla faccia del bambino, anche perché i mocci l’avevano quasi incollato, e scappò a gambe levate. La mattina seguente il bambino si svegliò e al posto del naso c’erano sono dei capperoni giganti e schifosi.
“Mamma ho perso il naso!” La mamma si fece una risata, ma poi, quando incrociò la faccia del figlio si fece seria e quasi svenne. Chiamarono in papà, che laconicamente disse:
“Te l’avevo detto che prima o poi sarebbe scappato”, cosa che invece non era mai uscita dalla sua bocca.
Ma la questione da risolvere rapidamente era ritrovare il naso del bambino, e la domanda più ovvia su dove fosse fuggito, cozzava con una realtà piuttosto nebbiosa. Così pensarono di rivolgersi ai giornali con una semplice petizione: “CARO NASO, TORNA PRESTO”.
Passarono pochi giorni che un signore incrociò il naso sulla panchina di un parco. Gli disse che lo stavano cercando, ma lui non ne voleva sapere di tornare. Decise di scrivere una lettera al bambino, chiedendogli di promettere che se fosse tornato il bimbo si sarebbe preso cura di lui. Ma la promessa restò vana e ancora oggi, se girate per il mondo, potreste incrociare il bambino senza naso (anche se il bambino è cresciuto ed è diventato vecchio e respira con due cannucce infilate in mezzo alla faccia). Ma la cosa più assurda è che quel sacrificio, il sacrificio del naso che fuggì dal suo padrone resta vanificato: troppi mocci penzolano giù dai nasi dei bambini.
(di Stefano Re)

Pubblicato da: Stefano Re | 2 aprile 2014

Grazie, siamo gli sposi

Un mio racconto. (S.R.)

…Ad ogni modo
non ci coglieranno impreparati.
Don Camillo, Giovannino Guareschi

Quando entrò in chiesa, lo aggredì una strana sensazione. Alcuni fissavano la volta della chiesa, come se lassù ci fosse qualcosa di importante, come se lassù ci fosse qualcuno più importante dello sposo. Altri stavano in ginocchio con le mani sulla fronte. Pensierosi. Guardò la madre che aveva gli occhi rivolti verso l’alto. Non capì. Pensò ad uno scherzo. Si mise a ridere.
“Perché ridi?” gli chiese la madre. Rimase interdetto.
Mah! pensò tra sé.
La sposa giunse con soli tre minuti di ritardo. Salì all’altare mentre lui la guardava estasiato.
La ragazza sorrise.
La gente cominciò ad applaudire, ma tutti con le spalle all’altare, come se stessero applaudendo qualcuno di invisibile all’ingresso. Gli sposi scoppiarono a ridere.
“Hai visto?” disse lui. “Hanno voglia di scherzare”.
“Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo…” il parroco diede inizio alla cerimonia. Dal fondo della chiesa qualcuno fischiò. I testimoni cominciarono a ridere, mentre una ragazza nella navata di sinistra inscenò uno spogliarello. Applausi e fischi si levarono tra gli invitati.
“Ma che fanno?” chiese la ragazza. “Boh!”, rispose lo sposo.
Il parroco continuò come se nulla fosse.
“Allora!” gridò lo sposo. “Ma che scherzo è mai questo?”
“Volete piantarla?” gli fece eco la ragazza. La gente continuò ad urlare e a fischiare con lo spogliarello ormai prossima al reggiseno. Il reggiseno era di pizzo.
“Basta!” gridò esasperato lo sposo. “Basta! Basta e basta!”
Il prete continuò la celebrazione.
“Che volete farci?” disse per richiamare l’attenzione degli sposi. “In fondo vi sposate comunque.”
I ragazzi non ci capivano più nulla. Sentivano crescere la rabbia. Era come se il mondo si fosse dimenticato di loro, come se fossero stati cancellati dall’attenzione della gente. Stavano percorrendo senza saperlo le strade dell’incubo… rovesciati come calzini tra i panni sporchi di una vecchia lavanderia.

“Andate in pace”, recitò il parroco al termine della funzione.
La sposa piangeva mentre lo sposo si mordicchiava le labbra per trattenere le lacrime.
“Firmate qui”, disse il parroco allungando loro i verbali. Erano dei grandi quaderni un po’ sdruciti. Gli sposi firmarono e poi abbracciati si fecero strada tra le panche ormai vuote. Usciti dalla chiesa trovarono quasi deserto. Solo un bambino lanciò qualche pugno di riso; era riso saltato.
Perché? Era la grande domanda che ossessivamente varcava i confini di ogni possibile risposta. Perché proprio a loro? come se la disperazione non fosse legata all’assurdità del momento, quanto piuttosto al fatto che il momento vedesse protagonisti proprio loro.
Gli sposi si fecero accompagnare dove avevano deciso di scattare qualche foto. La sposa sistemò alla bell’e meglio il trucco. Sorrise a malapena, giusto il tempo per scoprire una dentatura comunque perfetta. Ininfluente. Lo sposo rimase rabbuiato. Quindi giunsero al ristorante.
Lo scherzo non era finito, o meglio, se si trattava di uno scherzo, quello scherzo non era finito. Gli invitati fecero finta di non vederli; era come se quello non fosse un matrimonio, ma un semplice party a spese di un benefattore.
“Sembriamo dei perfetti imbecilli”, commentò lo sposo.
“Ma a che gioco stanno giocando?” recitò la ragazza.
“Non stiamo assolutamente giocando”, fu la risposta di un cameriere che le andava incontro.
Gli invitati cantavano a squarciagola ormai mezzi ubriachi. Ogni tanto qualcuno passava dal tavolo degli sposi e li guardava sorridendo. Gli sposi annuivano senza convinzione, e presto si ritrovarono come intrusi al loro matrimonio. Nessuno sembrava riconoscerli. Nessuno attribuiva loro il giusto ruolo. Erano come alfieri senza diagonale. Spodestati di quello spazio che da tempo avevano programmato. Il loro sogno, il grande sogno era assurdamente infranto.
“Perché questa tristezza?” disse un invitato.
“Guardate quanto vino! Ma non vi vergognate lì da soli, con quelle facce rabbuiate e un po’ troppo seriose? Via, via, un po’ di vino!” E ne versò nei loro bicchieri.
Gli sposi si guardarono. La barba dell’uomo era rossa.
“Perché questo scherzo?” avanzò titubante lo sposo.
L’uomo aggrottò la fronte.
“Mangiare e bere vi sembra forse uno scherzo?” e scoppiò in una fragorosa risata.
D’un tratto si fece avanti un altro signore, abbastanza distinto, con una cravatta nera a pois; fissò per un attimo la sposa e poi le fece l’occhiolino.
“Signorina, siamo forse a carnevale? Ma che razza di abito si è messa?”
La sposa lo aggredì verbalmente.
“Questa è matta”, commentò l’uomo prima di allontanarsi.
Gli altri ballavano; una signora cercò di prendere lo sposo sotto braccio e di portarlo in mezzo alla sala per un ballo. Gli disse che lo trovava carino, e gli chiese se fosse sposato.
“Oggi, mi sono sposato oggi!”, rispose lo sposo.
La signora sollevò l’orlo della gonna fino a metà coscia. Aveva dei peli scuri e abbastanza lunghi sulla coscia sinistra.
“Sono queste le gambe di chi è sposato!” disse, e gli altri l’applaudirono.
Era come se qualcuno avesse mescolato le carte e non ci fossero le briscole. Era una partita dove nessuno riconosceva le regole del gioco.
“Ma che succede?” chiese la sposa.
“Più nessuno ci riconosce…” disse lentamente lo sposo.

Se ne andarono tutti. Rimasero gli sposi con gli occhi offuscati dalle lacrime.
“E’ successo qualcosa?” chiese il proprietario del ristorante. Aveva un neo proprio sulla fronte. “Dovremmo chiudere”.
“Nulla, diciamo che non è successo nulla” rispose il ragazzo.
“Mangiato bene?”
“Molto”, disse lo sposo, e ringraziò.
Il ragazzo prese per il braccio la moglie e si avviò verso l’uscita. Poi si voltò:
“Siamo gli sposi!”, recitò per avere almeno l’ultimo consenso.
L’altro alzò le spalle.

di Stefano Re

Pubblicato da: Stefano Re | 19 marzo 2014

Buona festa del papà

Che bello girare per internet in cerca di frasi ad effetto sulle feste comandate. E quanta ipocrisia. Ma in fondo è bello così… è bello che ciascuno possa dare sfogo alla propria creatività o che possa prendere in prestito la creatività di altri. Testa, però ci vuole testa, perché altrimenti l’inganno è servito.
Ce ne sono di tutti i tipi: frasi che commemorano, frasi che esaltano, frasi che fanno leva sul sentimento, frasi che fanno leva sul ringraziamento. Ma poi? per gli altri 364 giorni dell’anno?
Provate, provate a girare per internet, cercate frasi utili per la vostra pigrizia, cercate ovunque quello che non siete capaci di produrre con la vostra fantasia (sciatta e mai curata!). Non sarebbe più facile dire a parole proprie: ti voglio bene papà?
Lasciamo ai poeti le belle parole, teniamoci almeno per queste feste la nostra sincerità. Basterebbe un abbraccio.
E occhio agli autogol… leggevo tra le frasi che regala internet una frase simile a questa (subdola se ci pensate bene!): “Nella mia vita ho conosciuto solo un grande uomo, il mio papà!” Speriamo che chi l’ha detta non sia una donna sposata. Del marito si espliciterebbe l’idea di un mostro. (Arrivare secondi quando si spende la vita per la coppia non piacerebbe a nessuno.). Da bravo padre, insegnerò a mia figlia a non cadere in questa trappola.
Buona festa a tutti.

Pubblicato da: Stefano Re | 18 marzo 2014

Ahi, il toro!

Dire al bambino con i capelli rossi di fare attenzione a questo e a quello, era come dire al vento un mucchio di parole sagge e di sperare che non si confondessero.
Perché al bambino con i capelli rossi dovevi parlare una lingua di comando.
Così quando il nonno portò in cascina il nipote per vedere le mucche, disse perentoriamente di lasciare in pace il toro.
“La sola cosa che ti chiedo è di non aprire mai quel recinto.”
Ovviamente il bambino abbozzò un perché, che il nonno lasciò cadere ribadendo con toni severi che la porta del recinto doveva rimanere serrata.
Ma appena il nonno lasciò da solo il nipote, questi cominciò ad avvicinarsi al recinto proibito. Fece qualche smorfia al toro e recitò persino una filastrocca di scherno che il toro sembrò non apprezzare, tanto che cominciò a sbattere con foga la zampa anteriore.
“Che mi vuoi fare?” disse il bambino.
Il toro lo osservava con sguardo truce quasi minaccioso.
“Sei forte”, disse il bambino. “Ma non capisco perché devi stare sempre chiuso lì dentro. A me sembra un’ingiustizia”.
Il toro osservava con maggiore intensità il bambino con i capelli rossi.
Il bimbo decise di fare ciò che il nonno gli aveva proibito. Aprì il recinto ed invitò il toro ad uscire. Il toro cominciò a sbuffare e a sbattere la zampa anteriore, sempre con foga maggiore e quindi fece uno scatto in direzione dell’uscita.
Quando il bambino si accorse che le intenzioni del toro non erano certo benevole, cominciò a scappare urlando di paura. Il toro, scosso da tutto quel rumore e dal movimento rapido del bambino, cominciò a rincorrerlo e quando gli fu vicino, abbassò la testa proprio per incornarlo.
Il bambino non aveva una via d’uscita. Davanti a lui si ergeva bianco come la nebbia un muro alto almeno tre metri, con una piccola porta di legno che segnava il punto esatto tra la salvezza e la condanna. Ma avrebbe fatto in tempo ad aprirla e a buttarcisi dentro? E se la porta fosse stata chiusa? Alle sue spalle sentiva la forza dirompente del toro farsi stentorea come una valanga. Ormai il toro l’aveva raggiunto. Gli balenò quell’idea che soltanto l’istinto può trasmettere in una simile situazione. Scartò improvvisamente di lato, quando dal muro mancavano solo poche decine di centimetri. Fu una svolta rapida e improvvisa, un farsi di lato veloce come un dribbling, un cambio di direzione che il toro non riuscì a cogliere se non dopo aver infilato le proprie corna sulla porta che fu il punto esatto tra la condanna e la salvezza.
(di Stefano Re)

Pubblicato da: Stefano Re | 8 marzo 2014

Festa della donna

Quest’anno no, non scrivo niente sulla festa della donna. Ho già letto troppe stupidaggini. Una dice:
“Siamo (donne, n.d.r.) lunatiche, pesanti, complicate… ma siamo comunque donne. E’ bello essere donne”
Io dico: per fortuna che non esiste la festa dei pedofili, non avrei mai voluto leggere cose così:
“Siamo (i pedofili, n.d.r.) maniaci, bavosi malati… ma siamo comunque pedofili. E’ bello essere pedofili”.
No, non ci sto.
Io vorrei leggere così:
“Siamo (donne, n.d.r.) madri, mogli, ci spendiamo per la vita, ci spendiamo per la nostra bellezza, ci spendiamo per accogliere il mondo, siamo il sostegno del mondo, della famiglia, dei figli… e siamo comunque donne. E’ bello essere donne”.
Perché la donna è una questione seria; non è prevaricazione, non è pari opportunità, la donna è l’altra parte dell’uomo, è la parte che lo completa, la parte senza la quale un uomo non è totalmente uomo. E’ parte fondante dell’Umanità.
E proprio oggi abbiamo bisogno di donne così, proprio oggi, in un mondo dove aumentano gli abusi, le efferatezze, le violenze domestiche… perché sono donne ed è bello essere donna.
Dunque no, non scriverò nulla sulla festa della donna.

Pubblicato da: Stefano Re | 7 marzo 2014

De veritate

Che la verità si muova al contrario
è una bugia soggettiva
di chi divide il punto di vista
come una sinossi della condivisione.
Io resto fuori,
perché non è la massa che forma il vero,
semmai è quel sottile ricatto che chiamiamo realtà.
La verità è come l’acqua corrente
che torna alla sorgente,
un meccanismo che sovverte se stesso,
un incendio che finisce nella fiamma,
siamo io e te quando restiamo uno,
quando nemmeno l’egoismo ci sorprende
e se lo fa lo bolliamo a pregiudizio.

Pubblicato da: Stefano Re | 3 marzo 2014

INVITO EVENTO

Clicca sull’immagine. (S.R.)
INVITO EVENTO

Pubblicato da: Stefano Re | 1 marzo 2014

Sull’amore possessivo

Ripropongo un mio racconto. (S.R.)

clicca qui – Il puzzle

Pubblicato da: Stefano Re | 20 febbraio 2014

Fitting

E poi c’è questa storia del cool
che fa molto didietro,
che spinge all’usa e getta
che tanto di questi tempi è quasi chic
arrancare a fine mese.
Non so di questo mondo parallelo,
di borse griffate, scarpe con zeppe
che un tempo bilanciavano imperfezioni
e oggi sono occhiello della moda,
e che noia il colore
se il trendy fa a pugni con i gusti.
Preferisco una vita diversa
di valori buttati giù da quattro contadini,
di esuberanti moschini a vorticare il viso,
di nebbia che segna la mia fragilità,
di specchi d’acqua che sembrano pensieri
e che chiamano risaie.
Preferisco il mio disordine mentale,
indossare toppe
giocare a nascondino con i buchi,
resistere alle mode e all’usa e getta
che poi è il solo modo che ci resta
per resistere all’Amore.

Pubblicato da: Stefano Re | 14 febbraio 2014

a mia moglie

Non c’è stella che regga il tuo sguardo
quando stai alla finestra e sorridi alla notte
rivelando a tratti la tua rotta. Non c’è strappo
negli intrecci del tuo mondo dove vive la certezza
che l’amore non sia solo un passaggio di consegne.
Non ricorro a sorprendenti citazioni
scritte solo per sorprenderti ad effetto,
preferisco questa vita senza strappi,
ricucire all’infinito quell’impronta di creatura
cancellata all’origine dei tempi.
E da allora è nostalgia.
Non capisco il punto esatto dell’approdo
se il tuo volto è l’incastro dei miei sguardi,
preferisco abbandonarmi ad un tuo abbraccio.
Non c’è stella a varcare l’orizzonte, non c’è luce
dentro al dubbio, e se ti guardo con stupore
mi sorprendono i tuoi baci,
resto appeso alle tue labbra e all’incanto dell’amore,
mi sorprendo come un bimbo
per il tempo che è noi due.

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