Pubblicato da: Stefano Re | 13 giugno 2013

Si vive di gesti

Si vive di gesti
caldi come sogni spaventati
senza verbi anchilosati al transito
buttando in gioco le riserve
fuochi a grappoli come peschi in fiore
Dico del sorriso
di quella bocca spalancata al mare,
della risacca
di quel leggero soffio d’aria fresca
un brivido che ignaro risolletica la vita.

Pubblicato da: Stefano Re | 30 maggio 2013

Suicidio

L’ultima nota s’è protratta a lungo
quasi sostenuta dall’eco, eppure
non abbiamo sentito che un sibilo
parodia d’un canto strozzato in gola
un altro nome fissato al tempo
troppi debiti per vivere.
Troppo anche il silenzio
spaventoso.

Pubblicato da: Stefano Re | 15 maggio 2013

Come segni sulla strada

Ti avvicini per dire qualcosa,
mentre il buio aggredisce la notte
e parli con la voce più acuta d’uno spillo,
come per catturare l’attenzione
perché a volte le parole sfuggono
nella disattenzione del momento.
Eppure sei più me di me stesso,
hai i tempi esatti della mia esistenza,
anche se il dado a sei facce ha sbiadito il suo volto
e la fortuna gira su se stessa senza che trasformi
gli eventi in momenti d’oroscopo,
sapendo che per noi l’oracolo è un destino
che un altro ha posto e dell’alterità ne è il senso.
E allora basta masticare parole come lingue,
vivere nell’illusione del tempo che non passa!
e allora dimmi quello che hai deciso di dirmi,
rimarrò in silenzio come un padre
che nel figlio ascolta il motivo della sua esistenza,
come quel sentiero che Hansel usa ancora
per ritrovare la strada.

***
Quanto dista il mio sguardo dal tuo mondo
diviso in due emisferi,
segreto nell’incedere del corpo
appeso alla magia dell’equilibrio,
come l’occhio che non si fa scoprire
se di quel punto ne fa una bramosia,
come idillio di curve sospese
e al centro la cesura in due emistichi.
Dimmi qual è il segreto
di un mondo da traguardare,
tagliato in due sagome d’amore
sospeso all’apice di gambe
che ne fanno un capitello,
tracciando appena la soglia,
la linea di demarcazione tra desiderio e pace,
sostenendo che nel tempo la fortuna
prenda il nome di una forma.

***

Mi prende il vuoto
come uno scavo nella roccia,
e mi sorprende la dislessia dell’anima
quel senso di non detto,
di inabissato,
anche se fissato dai tempi degli esordi.

E non si scappa dal vortice che affossa,
se non alzando gli occhi,
come per dire t’amo e riprendere la strada.

Pubblicato da: Stefano Re | 28 aprile 2013

Ospito Giorgio Giani

Ospito una poesia di Giorgio Giani, pubblicata sull’Antologia “Piume di china” edizioni Rupe mutevole. (S.R.)

LA METAMORFOSI

Ed è in quel battito di ciglia,
frangente di breve attimo.

Al crepuscolo di una vita ignava,
diaspora di almanacchi trascorsi

cha la crisalide divenne farfalla.

Pubblicato da: Stefano Re | 24 aprile 2013

Valentina

Se avessi più coraggio, ti porterei per mano,
oltrepassando ogni cancello,
contando i gradini che ci allungano la cima.
Cercherei nei tuoi occhi le domande,
lotterei con la memoria per forgiare le risposte,
conterei il tempo che si appropria della vita,
ti abbraccerei ogni sera seguendo i baci sulle guance,
direi di te come gemma sulla pianta,
di me come acqua sulla brace,
ma non ho che quattro soldi nelle tasche,
una penna, l’indirizzo e un francobollo
e un dito cui ti attacchi quando senti la fatica farsi lupo.

Pubblicato da: Stefano Re | 23 aprile 2013

Invettiva

E’ indicibile la cattiveria
di chi carnefice si traveste da vittima
di chi sorride petali di rosa
e conficca spine nella carne,
di chi accusa chi sgrana rosari
senza sapere ch’è meglio tradire la croce
e chiedere perdono
piuttosto che essere integerrimi
davanti al proprio limite.

Pubblicato da: Stefano Re | 18 aprile 2013

Sono stato al cimitero

Se mi dicessero il tuo nome farei sì con la testa
cercando di collocarlo su di un volto,
ma è l’immagine, quella che sorride a chi ti guarda,
che stravolge l’emozione, il ricordo che si lega alla mia vita.
Scruto la data, faccio due conti,
chiedo dov’ero quando sei morto,
poi giro il tacco, l’eterno riposo,
me ne vado, senza capire se la mia vita cambia
ora che non ci sei, ora che lo so.

Pubblicato da: Stefano Re | 10 aprile 2013

LAMENTO DI UN OPERAIO

Un mio nuovo racconto sul Caffé Letterario

clicca per leggere – LAMENTO DI UN OPERAIO FALLITO

Pubblicato da: Stefano Re | 4 aprile 2013

“Rapsodia in rosso” poema in versi di Carla Bariffi

Rapsodia in rosso L’ultima prova di Carla Bariffi è un poema ben fatto, costruito con impegno e serietà poetica.
Non c’è spontaneità d’ispirazione, c’è piuttosto il lavoro del poeta che dall’ispirazione trova gli elementi poetici per trasformare l’intuizione in un’opera d’arte. Qui ogni verso dà ragione al significante, qui il ritmo condiziona le scelte dell’autrice, qui la poesia si veste di quello che viene sapientemente chiamato: labor lime. Qui c’è poesia.
“Rapsodia in rosso”, per i tipi di CFR Edizioni, è un libro da leggere, un poema che si sviluppa su più registri.
Ivan Fedeli, nell’ottima e chiara prefazione, parla di due codici, quello poetico e quello della speculazione filosofica. Io ne aggiungerei un terzo, quello della passionalità. Ma di quella passionalità che, partendo dall’etimologia, ostenta sopportazione sofferenza e per estensione martirio. Qui la poesia sanguina, soffre nella scelta di una terminologia che superando la speculazione filosofica trova sfogo nella contemplazione, spesso ferina, della natura, tanto che la stessa poesia si tinge di rosso, di quel rosso che per Kandinskij risveglia in noi l’emozione del dolore. Ed è necessaria, per Bariffi, la grazia. La natura, ma anche l’uomo, come “tessuto di nodi”, ha bisogno della grazia per redimersi, per ritrovare quella pace atavica e primordiale. Dice Bariffi: “La grazia/ conosce la trama del fiore/ nel petalo rosa il mio rosa/ nel rosso che goccia il mio sangue/ la spina che spingi/ e lo sai” (pagina 36).
E’ un poema che si concentra sulla continuità dialettica, è come se l’autrice rendesse testimonianza di un vissuto che spesso le sfugge. Si abbarbica al ricordo e a quell’evento (ma non sappiamo qual è)che per evocazione rimanda il tutto al rischio della dissolvenza: “I funerali si susseguono/ prima della festa patronale/ come persecuzione di ombre/ l’incessante movimento del tempo/ è una mano che sbatte e rigira/ le nostre vite come bandiere al vento” (pagina 16)
Ed è in quest’assorbimento della sofferenza della natura, che l’Autrice propone la sua possibilità, una delle possibilità percorribili, ossia la possibilità dell’isolamento: “L’isolamento/ è condizione preliminare/ per ascoltare ogni vibrazione./ La legge del cosmo è rigore” (pagina 42), ma subito sente la necessità di rivolgersi a qualcosa di trascendente, sente la necessità di Dio, riconoscendogli il dominio della natura stessa, ma anche l’abbandono di ogni creaturalità: “E’ il silenzio/ che domina il pianeta/ non la musica o il canto/”il suono in senso pieno”/ ma il silenzio – sterminato – di Dio” (pagina25).
E dentro questo vortice di emozioni, speculazioni e abbandoni, ecco in sottofondo l’eros, la forza generatrice, il gesto che unisce per moltiplicare: “Lungo l’epidìdimo/ attraverso l’erogena zona/ che divide il cratere dal vulcano./ Nel Perinèo,/ abbandono il disegno delle labbra./ Perigonio, all’apice del fiore/ il tepalo trasmesso per scissione/ lo scarto – epidurale del pistillo/ che genera con-tatto” (pagine 23 e 24).
Un libro che va letto, meditato e gustato in tutta la sua bellezza.

di Stefano Re

Pubblicato da: Stefano Re | 19 marzo 2013

Bar

Assorto al bar
con la birra davanti
che ad ogni sorso stordisce
e non basta pensarci
se il mistero del senso
è nebbia che sfalsa i contorni.
Fuori il freddo
si tinge di nebbia
e gli alberi incanutiti di brina
mostrano rughe
come l’uomo che ha in memoria
l’immobilità del tempo
e attimi che piano
lo invecchiano.
Al fianco vecchi
giocano a carte
sbraitano, urlano,
ché nessuno vuole perdere,
io perdo speranza e fiducia
se non urlo abbastanza.
Più in là
dove c’è luce più fioca
come il fiato di un merlo che muore
qualcuno è ubriaco
e beve una gioia già persa.
“Dov’è Dio?”, dice
perché hanno detto che esiste
nell’irreprensibile silenzio
che è noia cercare.
Sigaretta via l’altra
e la nebbia di fumo
diffonde intorno
un puzzo marcescibile,
confonde,
e l’importante è arrivare
alla linea che demarca l’orizzonte,
che più t’avvicini,
rimane lontana.

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